COME UN UOMO SULLA TERRA

1giugno_come_un_uomo_sulla_terraAndrea Segre, Dagmawi Yimer, Riccardo Biadene, Asinitas Onlus, ZaLab, Italia 2008, 61’

recensione di: Chiara Lenarduzzi

“Voglio cominciare dal fischio di un treno. Mi ricorda mio padre”. La voce è quella di Dagmawi Yimer e dal primo istante iniziamo insieme a lui il viaggio di “Come un uomo sulla terra”, lavoro documentario sugli “effetti collaterali” degli accordi italo-libici per la gestione delle migrazioni. Le prime immagini sono quelle di un treno e di una stazione, luoghi che fanno da sfondo alla voce fuori campo di Dag in momenti precisi del film, che danno ritmo e forniscono una cornice alla vicenda narrata. Sono spazi della periferia romana, che diventano un’immagine simbolica dei margini e un modo per meglio far fluire il racconto cinematografico. Esso cerca di seguire, nel suo strutturarsi, la narrazione di un’esperienza drammatica: l’attraversamento del deserto tra Libia e Sudan finalizzato all’arrivo sulla costa e al successivo viaggio dentro il Mediterraneo, fino ad un altro mondo, che sembra a portata di mano. Dag, studente di giurisprudenza ad Addis Abeba, scappa dall’Etiopia in seguito ad una strage durante una grande manifestazione studentesca. Se ne va senza dire nulla a suo padre. Nel viaggio che intraprende, però, oltre alle disavventure con i trafficanti di uomini, si imbatte anche nella violenza strutturata ed inaudita della polizia libica. L’ossatura del documentario è costituita da questa storia dolorosa, che viene narrata e guardata attraverso le interviste ad altri giovani sudanesi, eritrei ed etiopi, approdati in Italia nello stesso modo. Le immagini sono infatti state girate prevalentemente all’interno della scuola di italiano Asinitas Onlus di Roma, coordinata da Marco Carsetti. Dag, che durante le interviste è voce e volto dentro il campo visivo dello spettatore, chiede ad altri giovani di raccontare la loro esperienza. Gli occhi, le parole, le lacrime, i silenzi, i segni della violenza ancora visibili sul corpo, affrescano la grande autorappresentazione di questo gruppo di rifugiati politici. Ci sono degli elementi che accomunano tutti questi racconti: il deserto, la cattura e la prigionia nelle carceri libiche per mesi, i respingimenti e l’azione puntuale dei trafficanti, pronti a sfruttare la compiacenza della polizia locale e la disperazione dei migranti per ricomprarli e fargli intraprendere nuovamente tutto l’inferno appena sperimentato. Un eterno ritorno che impiega a volte anni primi di essere spezzato. La scelta del montaggio è quella di alternare l’individuo, con la sua esperienza biografica irriducibile, alle immagini dei media. Il volto e la parola contro i muti barconi straripanti di massa umana, che hanno rappresentato per mesi l’unico appiglio visivo dello spettatore sui migranti del mare. In questo modo, sottolineando lo scarto comunicativo tra l’esperienza del documentario e l’informazione generalista e strumentalizzata politicamente, emerge, in tutta la sua violenta ambiguità, la parola “clandestino”, sostituita sempre più spesso a quella di “rifugiato” o “migrante”. Le immagini di repertorio dei telegiornali e le parole dei politici italiani sugli accordi italo-libici si appoggiano sull’altra realtà, di cui siamo qui testimoni, come una maschera grottesca.

La forza di questo documentario poggia su molteplici livelli. La denuncia del taciuto, dell’omesso, dell’informazione negata, si accompagna allo svelamento dei meccanismi comunicativi usati dai media per aggirare il tema che qui viene trattato e che può essere riassunto dalla metafora di Dag: l’Italia sta agendo nei confronti dei migranti un po’ come la gatta con i suoi piccoli, cioè tiene chi è forte e mangia chi è più debole. Il documentario sembra cercare tutti i modi per far arrivare la verità allo spettatore e questa tensione ha il suo apice probabilmente quando Dag, insieme ad un altro ragazzo della scuola, chiama un loro conoscente, catturato e rinchiuso in una prigione libica da più di un anno, con il quale si instaura un dialogo telefonico straziante. L’effetto di coinvolgimento emotivo è dunque l’elemento dominante, prodotto anche dall’empatia che si instaura tra Dag e i suoi intervistati. Essi accettano di parlare perché davanti si trovano l’unica persona in grado di capire cosa abbia significato quel viaggio: uno che a sua volta l’abbia intrapreso. La forza del documentario sta in questo meccanismo e infatti le testimonianze raccolte da Dag ne costituiscono il nucleo, anche se in certi momenti il documentario assume i modi dell’inchiesta giornalistica. Il documentario sa che può evocare ma mai descrivere attraverso le immagini: prigioni, sete, caldo, percosse, paura, umiliazione diventano oggetti concreti perché raccontati. L’unica evasione può essere quella della voce fuori campo e forse qualche immagine del deserto. Cielo e sabbia visti da un’automobile in corsa. Dag entra in un container. È vuoto. Ne misura con il suo passo le dimensioni e il buio infinto, che contrasta con la luce accecante del deserto. La porta si chiude. Eppure noi sappiamo che può contenere decine e decine di persone stipate, senza la possibilità di bere o di fare i propri bisogni, se non in piedi. Sappiamo anche che qualcuno soffoca per il caldo e noi lo possiamo visualizzare perché abbiamo ascoltato e visto negli occhi di chi racconta.

Per questo motivo il lavoro si interroga sul ruolo della memoria e sul senso di raccontare e forse le parole di una ragazza, legata per giorni e violentata dalla polizia libica, chiosano tutto: “Io ho accettato di raccontare non per avere la pietà degli italiani ma perché ho la speranza che questo non accada più”.

La vicenda di questo film è forse sintomatica di questa necessità. Il successo decretato dal passaparola, le proiezioni pubbliche organizzate dalle associazioni culturali e di volontariato, l’interesse e la commozione suscitati negli spettatori fanno pensare ad una voglia di accedere alle fonti orali in prima persona, senza i troppi filtri a cui siamo abituati.

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