GIORNATA DELLA MEMORIA – UN DIBATTITO APERTO

giornata della memoriaDi anno in anno, in occasione della Giornata della Memoria, le iniziative pubbliche si moltiplicano, aumentano di numero e coinvolgono un numero sempre maggiore di persone: studenti, insegnanti, testimoni, storici.

In contemporanea alle manifestazioni aumentano anche le discussioni, i dibattiti, i dubbi ralativi a questo Giorno, ai tipi di discorsi che vengono fatti (o non fatti), alle complesse questioni che vengono chiamate in campo nel momento in cui in un “Giorno della memoria” si vanno a visitare determinati “Luoghi della memoria” ascoltando “Narrazioni della memoria”.

Mi è sembrato importante e necessario portare all’interno del nostro portale una parte di questi dibattiti. Lasciando libertà di parola innanzitutto a tutti coloro che si occupano di memorie non solo per un giorno all’anno ma quotidianamente, nella propria attività di ricerca o insegnamento. A tutti coloro che studiano questi problemi da un punto di vista teorico ma anche ai numerosi ricercatori che, sul campo, si confrontano-scontrano continuamente con i racconti di vita dei testimoni.

Ma il mio desiderio sarebbe di non tenere il dibattito chiuso tra i membri dell’Associazione ma aprirlo a tutti coloro che, mossi da passione, dubbi, rabbia o da semplice desiderio di confronto avessero voglia di interagire e ragionare con noi.

Quindi siete tutti invitati a intervenire, a lasciare i vostri commenti, a rispondere ai ragionamenti degli altri o a proporne di nuovi. Anche suggerendo letture, video, link.

Alessandro Cattunar

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5 Comments

  1. Andrea Brazzoduro

    Con un forte senso di vertigine raccolgo l’idea di una discussione sul giorno della memoria – che io vedo un po’ come il passaggio tra scilla e cariddi, proprio perché ci occupiamo di memorie e testimonianze.

    Per dirla brevissimamente, e dal mio campo specifico, vi ricordo che la famigerata legge francese del 23 febbraio 2005 (quella che al comma 2 dell’art 4 – poi abrogato – sanciva il «ruolo positivo della presenza francese in Nord Africa») sollecitava la fondazione di un istituto di ricerca volto a mettere in valore le fonti orali.

    La questione, come sapete, è spinosissima: giuridicizzazione della storia (prima con leggi antinegazioniste – “come si deve ricordare” – poi con leggi prescrittive – “cosa si deve ricordare”), centralità della Shoah nella memoria pubblica europea e mondiale (dopo un detour americano), era del testimone (da Norimeberga a Gerusalemme) poi era della vittima. Le “testimonianze”, in questo specifico regime di verità, hanno assunto un ruolo strategico, spesso contrapposte alla storia (alle volte declinata, in modo assai vago, come “storia ufficiale”). Ma dico cose stranote.

    Al mio ultimo passaggio in Italia, sono stato colpito dall’adozione della maiuscola per “memoria” se riferita alla Shoah da parte di un quotidiano come «la Repubblica»: ditemi se sbaglio ma mi pare cosa nuova che ben esprime però il regime di verità che si va unanimemente imponendo (negazionisti e altra tabe nera a parte). Si assolutizza cioè (la Memoria) una cosa che come si sa è quanto mai cangiante e inscritta nelle lotte politiche del presente. Nonostante le abbia dedicato studi fondamentali, neanche Paul Ricoeur è riuscito infatti a indicare dei criteri solidi per definire l’auspicata “giusta memoria”.

    Mentre alle volte veniva da sorridere quando si incontrava scritto “la Storia” (come realizzazione dello Spirito), devo dire che “la Memoria” mi fa ridere molto di meno.

    Negli stessi giorni in cui rilevavo questo uso intimidatorio di una certa lettura del passato, abbiamo assistito alle reazioni di grande indignazione dinnanzi al furto dell’insegna Arbeit Macht Frei: la sola voce appena fuori dal coro mi pare sia stata quella di Angelo D’Orsi sul «manifesto». Non entro nel merito della questione e dell’atroce ironia: cioè, decontestualizzando, che sia stato rubato uno dei pilastri della moderna tecnologia di governo, cioè che il lavora renda liberi. E tuttavia – come pure alcuni commentatori hanno osservato (D’Orsi) – l’episodio dice qualcosa sulle forme di spettacolarizzazione e mercificazione della memoria su cui dovremmo forse fermarci a riflettere, anche come storici e storiche oralisti. Come sapete le stesse autorevoli voci che hanno gridato allo scandalo per il furto dell’insegna fanno generalmente economia della propria indignazione dinnanzi alle nuove (e perciò diverse ma comunque oscene) declinazioni della forma campo.

    Mai più fascismo, sì. Ma non cerchiamo l’orbace, che nel frattempo è passato di moda.

    Di nuovi campi se ne costruiscono adesso (due nuovi pronti per essere consegnati nella periferia di Parigi, ancora più isolati e irraggiungibili dell’attuale a Vincennes): cioè saperi, tecniche, denari pubblici; uomini e donne che hanno pensato, progettato, finanziato e si occupano adesso della gestione.

    La questione è delicata lo so, e gli schemi comparativi scricchiolano, anche se privandosi della chiave di lettura geneaologica si rischia di cedere al sonno della ragione: l’incomparabile, l’assoluto che appunto come dio eccede la comprensione umana. E invece di cose umanissime, concrete e spesso banali si è trattato, come lo schema dei convogli di Eichman, lo specialista dei trasporti.

    Mi piacerebbe però che fossimo all’altezza della sfida, cercando di dire la nostra restando fuori dal coro. Riappropriandoci magari di questa giornata della memoria che per come è adesso non riesce proprio ad appassionarmi. Mi sbaglio?

    [Per un’altra atroce ironia della storia il 25, 26 e 27 gennaio si tiene al «tribunale de grande instance» di Parigi il processo contro le 10 persone accusate di aver organizzato la rivolta e poi dato fuoco al cie di Vincennes il 21 giugno 2008, in seguito al decesso di un detenuto che invano aveva chiesto soccorso]

    Andrea Brazzoduro

  2. Alessandro Casellato

    Credo che tutti cogliamo
    “professionalmente” gli aspetti un po’ ambigui dell’iniziativa. Io ogni anno
    che passa divento sempre più insofferente. Ieri Alberto Cavaglion, a un
    convegno che si è tenuto dalle mie parti (Mogliano Veneto per la
    precisione), faceva notare come nel giro di tre decenni si sia passati dal
    silenzio quasi assoluto sulla Shoah nelle scuole al frastuono attuale di
    iniziative, messaggi e celebrazioni, scolastiche e mediatiche. Lo diceva
    nell’aula magna di un liceo dove – dietro le prime due file occupate da
    autorità locali e dagli organizzatori – gli studenti tenevano il silenzio
    grazie ad un assiduo uso di palmari e telefonini con cui dialogavano tra
    loro di chissà che.
    La cosa che non reggo ormai più è però un’altra: gli usi tutti politici che
    vengono fatti dell’iniziativa. Che sia l’assessore provinciale leghista a
    dire la sua (la colpa è stata degli intellettuali che hanno inventato le
    teorie razziste, il popolo era ed è buono) o l’assessore comunale di lista
    civica alleata con la Lega (io e il sindaco non siamo leghisti, e abbiamo
    voluto questa iniziativa per dimostrare che non siamo razzisti) o
    l’insegnante di sinistra (gli italiani sono razzisti ora come allora, lo
    dico sempre ai miei studenti) o il pedagogista di fama (si fa storia per
    fare memoria, così che il razzismo non ritorni), a me sembra una grande
    banalizzazione, appiattita sul presente, dove chiunque può dire qualsiasi
    cosa, una il contrario dell’altra. Che sia questo il senso profondo
    dell’attuale fortuna della memoria rispetto alla storia?
    Oltre a d’Orsi, una riflessione sulla scritta rubata e gli eccessi di
    memoria l’ha scritta il nostro Alessandro Portelli sul manifesto la vigilia
    di natale (ora nel suo blog : http://alessandroportelli.blogspot.com/)

    Alessandro Casellato

  3. Gabriella Gribaudi

    Carissime e carissimi,
    vi mando un articolo che feci già sul tema per il quotidiano napoletano “Il Mattino” nel gennaio 2006. Fa impressione notare come i temi che si agitavano tre anni fa siano ancora più validi oggi, e come, anzi, certi atteggiamenti si siano aggravati. Il razzismo, ad esempio.
    un caro saluto a tutti

    Gabriella Gribaudi

    “Come ogni anno ci troviamo all’Albergo dei Poveri per celebrare il giorno della memoria. Non è facile. Il rischio di perpetuare riti enfatici quanto inutili è sempre presente. La retorica che ha caratterizzato molte commemorazioni, l’uso politico che è ne è stato fatto hanno indotto in molti un fastidio e un rifiuto netti della giornata della memoria. Lo si avverte nel sentire comune, emerge sulle pagine dei quotidiani, come nel dibattito che in questi giorni è apparso sul Corriere della Sera, dove figure insospettabili hanno espresso il loro dissenso. Per questo penso che si debba partire proprio da un’analisi critica.
    Fino a pochi anni fa si parlava poco dello sterminio degli ebrei d’Europa, se ne parlava poco a scuola dove difficilmente i professori arrivavano fino a quella parte del programma, ma poco anche all’università poiché scarsi erano gli accademici che avessero in Italia studiato l’argomento, una parte dello schieramento politico taceva o minimizzava, perché affrontare il tema significava ricordare il fascismo, le leggi razziali, le deportazioni dall’Italia… Da questo punto di vista il 27 gennaio è stato importante, ha riportato al centro dell’attenzione un evento cruciale per capire la nostra storia, ha reso giustizia a vittime dimenticate. Oggi la situazione sembra essersi capovolta. Spesso coloro che hanno contribuito a diffondere un senso comune antisemita (in fondo gli ebrei avevano i soldi, detenevano il potere economico, se lo sono voluto ecc.) si fanno difensori di un’ortodossia che accomuna la causa ebraica alla difesa acritica della politica israeliana. Chi osa giudicare il governo israeliano è contro gli ebrei, quindi nega le loro sofferenze secolari.
    Nello stesso tempo la shoa diventa il male assoluto, incommensurabile e astorico… Molto spesso negli esami scritti pongo agli studenti una domanda sulle politiche di discriminazione razziale. Pochi trattano il tema con precisione e documentazione storica, i più rispondono con frasi generiche e accenti retorici senza contestualizzare lo sterminio: “gli ebrei vennero portati nelle camere a gas, vennero bruciati…” e via una serie di frasi compassionevoli ed enfatiche. La shoa si svolge quasi in una bolla al di fuori della storia, è un orrore accaduto molto lontano da noi e a qualcuno diverso da noi. Non si dice che tutto partì da un nazionalismo aggressivo, dalla vittoria di un partito xenofobo che diede inizio a una politica razzista, cominciando a discriminare certi cittadini, inventandosi dei confini razziali, e poi sfociò in una guerra per lo “spazio vitale” in cui gli ebrei vennero considerati usurpatori di un territorio non loro, “pidocchi” che si nutrivano di una linfa altrui.
    Se è utile oggi ricordare la shoa, oltre che per rendere giustizia alle vittime, lo è anche per capire come sia potuta avvenire e per comprendere dinamiche che si possono riprodurre anche oggi e in altri luoghi. E, per quanto sia possibile (purtroppo, diversamente da quanto si dice comunemente, la storia insegna poco) combattere contro le cause che le originano.
    Ci sono molte differenze fra i vari casi, ma alcuni elementi li accomunano. Innanzitutto le situazioni di guerra: nella guerra si cumula un surplus di violenza, si verifica un ribaltamento della morale, che rende possibile portare a termine progetti che in pace sembrerebbero folli e criminali. Un libro noto, “Uomini comuni” di Christopher Browning, mostrò come in un battaglione di riservisti tedeschi in Polonia, nel corso della terribile campagna di pulizia etnica che precedette lo sterminio sistematico nelle camere a gas, era stigmatizzato come vigliacco colui che non aveva il coraggio di uccidere uomini, donne e bambini inermi. Poi, quasi sempre, genocidi e pulizie etniche sono il risultato di politiche razziali, di nazionalismi aggressivi con partiti xenofobi che instillano odio e violenza contro coloro che etichettano come diversi e a cui annettono tutti i mali che le società stanno vivendo. Ciò è avvenuto in Turchia con gli armeni, in Germania con gli ebrei, in Ruanda con i tutsi… ma anche nell’URSS di Stalin con le minoranze musulmane che vennero definite collaboratrici del nemico… Le leggi razziali decisero, in Germania e in Italia, chi era veramente tedesco o italiano. Ma leggi razziali furono adottate già negli anni precedenti dagli europei nei paesi coloniali. Nell’Africa italiana erano vietati i matrimoni misti, i figli di uomini italiani bianchi e di donne africane non erano considerati italiani. E, al disprezzo razziale, si erano accompagnate terribili repressioni con stragi, deportazioni, veri e propri genocidi, che ancora oggi gli europei faticano ad ammettere.
    I linguaggi usati in altri contesti e periodi storici dai partiti e dai leader xenofobi hanno inquietanti parentele con le espressioni che sentiamo anche ora in Europa da uomini politici sciovinisti contro gli immigrati… In Europa e nel mondo intero il problema è ancora e di nuovo la cittadinanza: chi ha il diritto di definirsi cittadino di un determinato territorio? Molti dei confitti cui assistiamo oggi sono in realtà conflitti sulla cittadinanza: nei paesi che hanno ereditato dal sistema coloniale confini innaturali e regole inadeguate ai loro problemi, come in Africa, nei paesi ex sovietici dove a un comunismo fintamente universalista si sono sostituiti nazionalismi aggressivi, con elite che da comuniste si sono trasformate in nazionaliste, decretando chi era cittadino del nuovo stato e chi no. Pensiamo all’Azerbaigian con la cacciata degli armeni, che a loro volta hanno cacciato gli azeri dal loro nuovo stato, ai Balcani e alla guerra che ha diviso serbi, croati e bosniaci…
    Oggi l’Europa è governata da diritti di cittadinanza che si ispirano alla legge del sangue e a criteri etnico-culturali, eredità dei nazionalismi che hanno afflitto il continente e sono stati le cause di due guerre mondiali con milioni di morti. E’ cittadino chi discende per sangue da un altro cittadino, chi può dimostrare di appartenere a una determinata tradizione, che viene definita di volta in volta da elite che la usano politicamente. Si tratta di un modello europeo che, purtroppo, ha fatto scuola e si è diffuso con varie modalità nel mondo. Ricordare la shoa e le dinamiche che l’hanno resa possibile potrebbe aiutarci a superarlo, a rifiutare attributi etnici, cercare volenterosamente altri modelli di cittadinanza e di convivenza. Gabriella Gribaudi”

  4. Andrea Brazzoduro

    Vivo in un paese dove è di grande attualità il dibattito sull’identità nazionale, dove è stato creato un ministero dell’Immigrazione e dell’identità nazionale. Dove si sta montando una crociata trasversale (come fu l’infame guerra coloniale in Algeria) contro un gruppo attaccato a partire dalla sua componente femminile. Si potranno utilmente (ri)leggere le pagine di Frantz Fanon sulla campagna di svelamento delle donne algerine condotta dalla Francia negli anni cinquanta. La storia si ripete prima in tragedia poi in farsa? Nell’ultima intervista che ho fatto a un veterano della guerra d’Algeria (l’altro ieri) è stato tutto un gran parlare di come il velo umili la donna che invece va rispettata. Questi nobili principi erano espressi in una cucina contadina (bellissima), seduti alla tavola e scaldati dalla stufa… che Paulette, la moglie di Jean-Pierre, non ha mai smesso di alimentare per tutta la giornata mentre noi discutevamo… silenziosa, mentre ha cucinato, ha apparecchiato, ha servito il pranzo, poi il caffé, poi ha sparecchiato, poi un altro caffé… Quando ho cercato di darle la parola, il marito si è preso cura di rispondere al suo posto. Per ogni cosa “Paulette… vai a prendermi questo, vai a prendermi quello”. Jean-Pierre si è alzato solo per prendere la macchina e riportarmi alla stazione. Ma certo, la questione del patriarcato in Francia è rappresentata dalla 300 donne che portano il velo integrale. La Francia è il Paese dei diritti dell’uomo. Infatti.

    “Il Mattino” del gennaio 2006? L’articolo di Gabriella sarebbe un bomba sull’edizione di “Le Monde” di questo pomeriggio… ritorno al futuro.

    Andrea Brazzoduro

  5. gabriele licciardi

    il dibattito mi pare particolarmente interessante, per questo motivo mi permetto di sagnalarvi una recensione che ho scritto per la rivista “Segno” nel 2009, recensione che ha avuto come oggetto di riflessione il libro di David Bidussa, Dopo l’ultimo testimone, un libro interessante per le domande che ha posto. spero che sia utile al dibattito in corso.

    gabriele licciardi

    Dopo L’ultimo testimone, di David Bidussa
    Gabriele Licciardi

    David Bidussa storico sociale delle idee, in Dopo l’ultimo testimone (Einaudi 2009) affronta, in poche ed efficaci pagine, la contraddizione di un urlo che nasconde sotto di sé la retorica contrapposta alla storia. Dietro ogni “Mai più!”, scrive l’autore, sta celata la nostra incapacità di prendere davvero coscienza col nostro passato, e quando sarà scomparso anche l’ultimo testimone della storia, allora la memoria sarà destinata a dissolversi nell’oceano della banalità. L’analisi di Bidussa, mette a nudo il rapporto tra la nostra società e il suo passato, il modo di vederlo e di raccontarlo, un modo che, secondo l’autore, rischia di diventare incapacitante, seduttivo della sua stessa semplicità, sacrificando la nostra comprensione alla vacuità celebrativa di un paese capace soltanto di auto assolversi. Tema centrale dell’analisi di Bidussa è “Il Giorno della memoria” che alla sua origine indicava un forte investimento per la costruzione di una coscienza pubblica fondata sul rapporto con la storia. Tentativo che non ha funzionato, perché, come tutte le cose che si istituzionalizzano, il Giorno della memoria ha reso obbligatorio il confronto con un passato a lungo taciuto, al più vissuto nei racconti privati, ma allo stesso tempo è stato caricato di una dimensione emotiva in cui la consapevolezza storica è venuta gradualmente meno. La descrizione e il confronto col passato, al di là del grido solenne “Mai più!” non ha consentito una presa di coscienza sulla storia. A nove anni dalla sua istituzione il Giorno della Memoria è fortemente penalizzato, sempre secondo le parole dell’autore, dalla carica emotiva che lo ha investito e dalla retorica con cui viene rappresentato e vissuto. La vicenda del Giorno della memoria è molteplice. Se inquadrata e progettata come commemorazione pubblica è probabilmente destinata a consumarsi, come tutte le commemorazioni legate alla celebrazione “della vittoria”. In realtà la scommessa intorno al “Giorno della memoria” è stata persa da tempo. Se non irrimediabilmente, certo in misura rilevante. Quella scommessa riguardava, e continua a farlo, la costruzione di una coscienza storica nel nostro paese, dove orami troppo spesso la storia è diventata il paravento di retoriche partitiche che nulla hanno a che fare con il senso della storia. Da questa questione, insoluta, nasce il problema., poichè il confronto con il senso critico della storia non ha generato una consapevolezza, o meglio non ha strutturato un termine di relazione solido fra il passato e futuro dell’identità nazionale. Ed è questo un altro dei punti nodali affrontati da Bidussa nel suo saggio, ovvero il rapporto fra la questione delle identità nazionali e il contenuto stesso della giornata della memoria.. Il punto di frizione è individuato dallo studioso livornese nell’idea di nazione, un’idea i cui tratti stanno in ciò che Ernest Renan individuava nella sua conferenza Che cos’è una nazione, tenuta nel marzo 1882 (trad. it. in Renan, Che cos’è una nazione?, a cura di Silvio Lanaro Donzelli, p. 3-22) all’inizio degli anni ’80 dell’Ottocento “Una nazione – diceva Renan – è il punto di arrivo di un lungo passato di sforzo, di sacrifici e di dedizione. Evidentemente il “Giorno della memoria” mette questa sintesi in discussione. Chiede di assumere il passato come momento di divisione di una nazione, dove accanto ai buoni ci sono stati pure i cattivi, e quei cattivi hanno un nome e cognome, e questo molto spesso le celebrazioni lo hanno dimenticato. Ed è proprio in riferimento a questo argomento che Bidussa indica il giorno della memoria non come la sterile celebrazione dei morti, non un elenco funebre, ma come l’interrogarsi dei vivi sulla loro specifica identità, e questa è sempre rielaborazione parziale di una comunità, popolo o nazione. Le memorie non sono mai unidirezionali, ma evocano e riportano in superficie le contrapposizioni rielaborate dal tempo, delle fratture allora vissute e pensate. Se facciamo nostro questo principio ci accorgiamo che lo slogan con cui Renan nel 1882 chiudeva la sua conferenza “noi siamo quel che voi foste, – rivolgendosi agli antenati – saremo quel che voi siete”, risulterebbe rovesciato nella ricorrenza del 27 gennaio. A questo punto l’autore mette in campo tutti i suoi utensili, tutti i suoi attrezzi, le chiave di lettura che possono, a suo avviso, restituirci un rapporto dignitoso col nostro passato, e li individua negli strumenti della ricerca storica classica, ma anche nello studio della letteratura, del cinema., dell’arte, della scrittura e della rappresentazione del pensiero in generale. Attraverso uno studio comparato e complesso, la tragedia della Shoah può essere, parzialmente, restituita all’ottica della comprensione storiografia, e quando entreremo nell’età della postmemoria, dopo l’ultimo testimone, la banalità delle celebrazioni potranno rappresentare solamente un aspetto, quello più emotivo, dove tutti, o quasi, saranno concordi nel ricacciare questi spiacevoli ricordi nel ghetto della rimozione collettiva, dal quale provengono, dove tutti sul palco dispenseranno abbracci e le coccarde istituzionali saranno il simulacro permanente della volontà di costruire una memoria pubblica unica, senza crepe, senza fratture, le stesse che sino ad ora riemergono appena si prova ad ascoltare una delle migliaia di testimonianze orali che abbiamo a disposizione. Di conseguenza, propone Bidussa, quello che va rimesso in discussione non è tanto l’accaduto, la tragedia, ma una riflessione pubblica intorno all’ideologia italiana, e in particolare al mito del bravo italiano, che il Giorno della memoria, almeno nelle intenzioni si era proposto di rimuovere, ma che nelle sue pratiche istituzionali ha continuamente perpetuato. Ecco allora la necessità imperante di riprendere un discorso che interroga anche il nostro vissuto nazionale di italiani, tra rimozioni, “armadi della vergogna”, dimenticanze che rischiano di non far comprendere alle nuove generazioni quale sia stato il peso di tanti italiani nel progetto di sterminio. Una catastrofe antropologica sancita dalle vergognose leggi razziali del 1938 volute da Mussolini e da riviste come “La Difesa della Razza” di Telesio Interlandi (per il quale si rimanda al bel saggio omonimo di Francesco Cassata, uscito anch’esso per Einaudi pochi mesi fa). Ma tutto questo può essere affrontato se gli strumenti dell’indagine storiografica non vengano sacrificati al fine di ottenere un passato che diventa un racconto dolce, non tanto perché fondato sull’oblio, ma piuttosto sull’indifferenza e l’irrilevanza. Ma come ci ricorda Bidussa è bene sapere che in quella narrazione scompaiono molte cose: il contesto, l’analisi degli atti, lo scavo della mentalità. In sostanza la società concreta. Come dire, “Mai più” è soltanto l’atto consolatorio di un popolo e di una classe dirigente incapace di interrogarsi sulla propria identità, perché complessa, perché poco incline alle cerimonie, perché materia scarsamente malleabile all’interno della retorica pubblica. E non facciamone una questione di coscienza, questo è forse il monito più importante che Bidussa ci ha voluto trasmettere, non facciamone neanche una questione di etica. È molto più semplicemente la voglia di riconciliarsi col nostro futuro, dopo l’ultimo testimone ovviamente.