Archivi della Resistenza | Massa Carrara e La Spezia

(a cura di Tommaso Saggiorato)

Il gruppo di ricerca che ha preparato questo lavoro sa bene che la guerra partigiana nella Lunigiana fu un movimento vasto e soprattutto popolare ed è da questa prospettiva che ha inaugurato nel 2004 un archivio audiovisivo costituito da testimonianze orali di partigiani, di staffette, o anche di chi non partecipò alle azioni ma ne fu semplice testimone.

Il lavoro svolto fino ad oggi ha permesso a questi ragazzi di restituire la memoria delle lotte che hanno caratterizzato la terra in cui sono nati e cresciuti, terra di poveri contadini da cui si emigrava e dove avevano attecchito precocemente le idee socialiste, attraverso una collaborazione intellettuale e tecnica in grado di restituire una narrazione documentaria della memoria partigiana tramite un lavoro culturale da diffondere e socializzare.

http://archividellaresistenza.it/cms/

Archivi della Resistenza- Circolo Edoardo Bassignani dal 2004 lavora nell’ambito della ricostruzione delle pagine più significative della Lotta di Liberazione nelle province di Massa Carrara e La Spezia, in quella zona che durante il periodo bellico veniva identificata come Linea Gotica Occidentale. Le modalità di lavoro dell’associazione prevedono, partendo dalla ricerca scientifica sul materiale documentario, la raccolta e la valorizzazione, in varie forme, del patrimonio orale locale, attraverso la registrazione su supporto audiovisivo delle testimonianze dei protagonisti della Resistenza.

logo Archivio della resistenza.

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Un popolo alla macchia

29 novembre 1944-2004

da un’idea di: Lido Galletto

Sceneggiatura: Alessio Giannanti, Luca Madrignani, Simona Mussini

Montaggio: Andrea Castagna

Interviste a cura di: Alessio Giannanti, Luca Madrignani, Simona Mussini, Roberta Petacco

Regia: Andrea Castagna

Archivi della Resistenza – Circolo Edoardo Bassignani 2004

Il 29 novembre 1944 è mattina presto quando truppe della Wehrmacht da gran parte dell’Italia settentrionale, coadiuvate da numerosi reparti fascisti della zona, danno inizio all’accerchiamento di tutto il territorio tra Sarzana, la bassa Lunigiana, Carrara e Massa con un chilometrico cordone umano. L’imponente rastrellamento contò decine di civili uccisi e centinaia di rastrellati e rinchiusi nelle ex colonie di Marinella in attesa della deportazione. I partigiani della “Muccini” sarzanese e della “Carrara II”, dopo due giorni di scontri, attraversano in massa il fronte. La “Menconi” trova parziale riparo nelle cave di marmo, ma subisce gravissime perdite.

Nel documentario si susseguono 25 testimonianze di uomini e donne che parlano in prima persona del rastrellamento del 29 novembre attraverso gli eventi vissuti e gli affetti persi: il suono dei fischietti tedeschi che si rincorrono l’un l’altro, le bambine che scappano spaventate dagli spari, le irruzioni nelle case, i nascondigli nelle cantine o nelle soffitte, le deportazioni, le fughe, le morti.

Uno sguardo complessivo, una visione d’insieme che esaurisce efficacemente il senso del titolo “Un popolo alla macchia”: la memoria partigiana in questo caso è connotata positivamente perchè la popolazione ha espresso per la maggior parte uomini che non si sono semplicemente imboscati, ma che hanno imbracciato le armi. Non esiste nella memoria collettiva una causa scatenante il rastrellamento nazi-fascista, come è successo nel caso di Civitella val di Chiana, che attribuisse responsabilità ai partigiani, mentre c’è la convinzione diffusa che la guerriglia e la resistenza civile fosse l’unica guerra giusta. Le donne ricordano madri indaffarate a cucinare frittelle per i fuggiaschi o a preparare i nascondigli nelle botti e nelle fascine e mettono in risalto l’efficacia del loro aiuto affermando orgogliosamente che “se la clandestinità è senza spie, non la tira fuori nessuno”; ma la cosa più difficile da richiamare alla memoria è la visione della morte: ineluttabilmente le donne raccolgono i corpi dei ragazzi morti ammucchiati nel canale, portati in cimitero senza passare per la chiesa, con la paura che i tedeschi brucino pure quella e la visione di una madre che piange rimane nella testa di chi ne raccolse le spoglie: “A vent’anni ha fatto la guerra, non ha mai goduto niente quel ragazzo”.

Le interviste, inframmezzate da riprese dei luoghi della memoria locale come a completamento delle parole dei testimoni, fanno continuamente riferimento a spazi fisici che esistono tuttora, costituendo così una cinghia di trasmissione tra lo spazio e le persone che lo vivono, tale da  tramutare l’esperienza resistenziale in qualcosa di tangibile e visibile. In questa maniera il mezzo tecnico esplora nuove possibilità per chi lavora nelle scuole ed ha a che fare con le nuove generazioni, fornendo maggiori strumenti per la didattica della storia, in quanto l’intento è stato quello di adeguare il messaggio educativo al linguaggio visivo caratterizzante una società che non ha più difese di fronte ai messaggi omologanti delle immagini.

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Fino al cuore della rivolta

Breve storia del partigiano “Carlin”

Sceneggiatura: Alessio Giannanti, Luca Madrignani, Simona Mussini, Roberta Petacco

Montaggio: Andrea Castagna

Interviste a cura di: Alessio Giannanti, Luca Madrignani, Simona Mussini

Regia: Andrea Castagna

Archivi della Resistenza – Circolo Edoardo Bassignani 2005

Il documentario è breve, ma vuole tracciare il ritratto di un uomo che ancora prima di morire era già una leggenda perché ha significato molto per i partigiani che con lui hanno combattuto.

La telecamera è fissa sul volto dei vecchi compagni, il loro sguardo dialoga con i ricercatori e non guarda mai lo spettatore perché non è a lui che vogliono parlare, ma alle persone che gli pongono le domande, che sono interessate alla loro memoria e che, tramite il mezzo tecnico, dimostrano di volersi impegnare fin da subito in un lavoro di documentazione.

Il montaggio incastra spezzoni di interviste che riguardano la memoria di Nello Masetti, conosciuto meglio come partigiano “Carlin”, raccontata da partigiani e staffette con l’intenzione di commemorarne l’anniversario della morte.

Nel libro La breve estate dell’anarchia, intensa ricostruzione a più voci, ad una generazione di distanza dalla scomparsa, della vita di Buenaventura Durruti che fu una figura sempre oscillante tra mito e storia e che morì combattendo durante la guerra civile spagnola, Hans Magnus Enzensberger scrive: “La storia è un invenzione cui la realtà arreca i propri materiali. Non un’invenzione arbitraria, però. Fondamento dell’interesse che essa risveglia sono gli interessi di coloro che la raccontano; ed essa consente a chi l’ascolta di riconoscere e precisare meglio i propri stessi interessi, come pure quelli dei propri avversari”.

Proprio questo l’intento del documentario: lavorare con la memoria del partigiano “Carlin” che, con la sua precoce morte a pochi giorni dalla Liberazione, incarna ancora oggi per i testimoni che descrivono le sue azioni come “azioni non di uomini comuni” un esempio di coraggio, di sacrificio, di antifascismo. Un esempio che non va sottovalutato o stigmatizzato come epica partigiana, ma come simbolo di un ritorno dell’uomo a sé e ad un sistema di valori che ogni giorno ci costringa a pensare, a essere critici, non passivi di fronte alle trasformazioni della società e ai mezzi di comunicazione che ne hanno prodotto il cambiamento.

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