Introduzione al convegno “Buone pratiche di storia orale. Questioni etiche, deontologiche, giuridiche” 13-14 novembre 2015, Trento

Il 13 e 14 novembre 2015 si è tenuto a Trento il convegno organizzato da Aiso e Fondazione Museo storico del Trentino, con la collaborazione dell’Università di Trento e dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Pubblichiamo la relazione introduttiva al convegno, presentata da Alessandro Casellato.

Diamo conto oggi e domani di un processo cominciato circa due anni fa, quando su sollecitazione della Regione Veneto e dell’Istituto veneziano per la storia della Resistenza organizzammo un corso di formazione – che in realtà fu un momento di riflessione e auto-formazione – sulle questioni deontologiche e giuridiche legate all’uso delle fonti orali.

Ci sembrava fosse un po’ cambiato il clima attorno alle nostre ricerche: c’erano stati alcuni casi di contenzioso, anche giudiziale, uno dei quali molto pesante. Già nel 2007 due nostri colleghi geografi, universitari a Venezia e Padova, erano stati portati in tribunale, in sede sia penale che civile, per aver “dato voce”, cioè pubblicato le testimonianze e i giudizi dei protagonisti di una mobilitazione locale contro l’inquinamento industriale. I due colleghi ci avevano chiesto un aiuto anche tecnico, per dimostrare che avevano agito correttamente nel trattamento delle testimonianze, e non avevamo saputo come darglielo.

Anche negli Istituti per la storia della Resistenza a noi più vicini c’erano stati vari casi in cui soggetti diversi – sia eredi di fascisti repubblicani che di partigiani, ma anche militanti politici, operai, sindacalisti, amministratori locali – si erano sentiti diffamati da testimonianze orali raccolte, oppure non si erano ritrovati nelle stesse parole che loro stessi o i loro padri o nonni avevano detto al registratore, e avevano preso le vie legali, facendo scrivere da avvocati, sporgendo denuncia, chiedendo modifiche ai testi, addirittura reclamando il ritiro dei libri che erano stati pubblicati.

Altri episodi ci facevano capire che questa micro-conflittualità locale minacciava di diventare virale da quando ai libri si era associata la rete Internet come strumento di diffusione delle interviste e dei risultati delle ricerche.

A questi segnali “dal basso” se ne aggiunse uno “dall’alto”, un anno e mezzo fa, quando una ricercatrice veneziana vinse una prestigiosa borsa Marie Curie per una ricerca che prevedeva la raccolta di interviste a persone che avevano lavorato in una fabbrica di tannino in Paraguay (una parte dei quali di etnia maskoy), e la commissione europea richiese di esplicitare procedure e standard “etici” che sarebbero stati seguiti nella ricerca, e chiese anche una valutazione preventiva del progetto da parte di un “comitato etico di ateneo”.

Questo ci fece aprire gli occhi su una realtà che in altri paesi è già affermata da almeno vent’anni, e che si profila come incombente anche in Italia: il peso delle questioni “etiche” nelle ricerche che trattano “soggetti umani” (dalla genetica alle scienze sociali), e il condizionamento della ricerca su spinta di soggetti finanziatori esterni all’università (nel nostro caso le istituzioni europee, che sono oggi il maggiore erogatore di finanziamenti pubblici ai ricercatori).

Questo processo di disciplinamento che procede dall’alto, se non viene in qualche modo gestito e filtrato da chi fa ricerca in prima persona, rischia di arrivare a cascata e scattare come una trappola nei singoli atenei, come è successo negli Stati Uniti, dove ogni progetto che utilizza fonti orali deve essere sottoposto al vaglio di un Istitutional Review Board di ateneo, che deve applicare una normativa nata per regolare le ricerche in campo bio-medico. E abbiamo visto che chiamarsi fuori dal vaglio “etico” – quando non è impossibile – rischia di essere controproducente, perché è come un’ammissione di praticare una scienza di serie B, e per questo penalizzata nella distribuzione dei finanziamenti.

L’incontro con i giuristi ci ha fatto capire quanto fosse importante che un’associazione scientifica come la nostra facesse una operazione preventiva, occupando lo spazio libero che sta tra la norma codificata dalla legge e la consuetudine non formalizzata, facendo quindi un’opera di autoregolamentazione prima che le regole rischino di essere dettate da soggetti esterni, siano essi un magistrato chiamato a giudicare in un processo, un funzionario europeo incaricato di decidere quali progetti finanziare, o un comitato etico di ateneo impegnato a minimizzare i rischi di contraccolpi legali o di immagine a carico della sua università.

Questa autoregolamentazione si è basata in parte sulle poche leggi che regolano il campo in cui ci muoviamo, ma soprattutto sulle regole del mestiere che abbiamo appreso dai maestri e che ogni generazione e ogni singolo ricercatore ha fatto sue, sviluppandole e adattandole alle proprie ricerche e al mutare del contesto sociale in cui si trovava a condurle.

La comunità degli storici e delle storiche è una “comunità di pratica”, cioè insieme comunità di lavoro e di apprendimento. Impariamo il mestiere sul campo, facendo ricerca, e lavorando condividiamo con i nostri colleghi relazioni sociali, attività, tecniche e anche significati del nostro mestiere.

Le “buone pratiche” che abbiamo distillato sono un documento leggero, che contiene principi e non regole, che evidenzia dei vincoli normativi e dei nuclei sensibili, ma ogni volta che è possibile lascia in ultima istanza la responsabilità della scelta in capo al ricercatore, in funzione del contesto e degli obiettivi specifici della sua ricerca.

Naturalmente la storia orale, con il suo portato di riflessioni sulla metodologia, sul rapporto complesso che si instaura nell’intervista tra il ricercatore e il narratore, sulla difficile traduzione da una performance verbale a un testo scritto, sulle ricadute che il lavoro con la memoria produce nel presente di chi racconta e di chi ascolta… insomma, la storia orale è molto più grande, molto più larga di queste “buone pratiche”.

Tuttavia con questo documento pensiamo di avere svolto un’attività di servizio, utile non solo a chi lavora dentro le università, ma anche a chi è un ricercatore indipendente, per molti aspetti più libero, ma a volte anche meno tutelato e più esposto a veder messe in discussione la propria autonomia, la correttezza del proprio operare e i risultati delle proprie ricerche.

Per noi è stata anche una bella occasione di autoriflessione, una sorta di manutenzione degli strumenti e dei ferri del mestiere, che ci ha portato a renderci conto che non siamo soli: non siamo soli perché ci sono i nostri colleghi con cui ci confrontiamo, perché c’è la comunità degli storici orali che l’AISO in qualche modo aiuta a tenere insieme; ma anche perché siamo dentro un dibattito che va ben oltre l’Italia, e che disegna uno spazio sovranazionale della ricerca all’interno del quale discutere le procedure e i risultati dei nostri lavori. Il mondo anglosassone e quello latinoamericano sono gli ambiti culturali che ci sono parsi più attivi e stimolanti (non a caso sono i due pilastri su cui si regge anche l’IOHA) e che abbiamo tenuto più presente, e le relazioni e gli interventi che seguiranno lo mostreranno.

(Ma non dimentichiamo il caso di Svetlana Aleksievic, il recente Nobel per la letteratura, con i suoi lavori di “storia orale”, ma anche con le sue precedenti traversie giudiziarie intorno alle interviste per Ragazzi di zinco).

Due settimane fa c’è stato a Venezia un seminario della ricercatrice, borsista Marie Curie, di cui vi ho parlato poco fa, che ha raccontato a una trentina di studenti e docenti di antropologia come va la sua ricerca in Paraguay, facendo “esplodere” tutta una serie di questioni etiche che mi son reso conto che per gli antropologi sono ancora più aggrovigliate che per noi. È stato un dibattito acceso. E i professori, che avevano esordito nel dibattito dicendo che parlare di etica è parlare di aria fritta, hanno concluso che fosse necessario programmare un seminario proprio per discutere con gli studenti tutte queste cose che per loro (studenti) sono tutt’altro che scontate.

Insomma, mi pare che questo lavoro – il documento che ora presenteremo e tutto ciò che gli sta intorno – risponda anche a un bisogno di formazione dei ricercatori più giovani a cui l’AISO da sempre è particolarmente sensibile: è uno strumento in più per perseguire anche questa finalità sociale.

Crediamo di avere svolto una operazione di autoriflessione che dovrebbe interpellare gli storici tout court, cioè anche coloro che non fanno uso prevalente di fonti orali ma che comunque più o meno direttamente hanno a che fare con persone (vive o morte, ascoltate dalla loro viva voce o dai documenti che ne trattano), con i loro discendenti, con il groviglio delle memorie e delle identità, con le frontiere della storia pubblica e dei nuovi media che le danno potenza.

Concludo questa introduzione parlando del metodo di lavoro che è stato seguito, perché in questo caso la procedura è anche sostanza.

Il gruppo incaricato di scrivere questo documento è stato nominato dall’assemblea dei soci dell’AISO il 17 aprile 2014. È stato un gruppo di lavoro “aperto”, nel senso che vi si sono aggiunte alcune persone a lavori in corso, sulla base delle loro competente specifiche e della loro disponibilità a partecipare. Vi presenterò i singoli membri via via che interverranno.

Dico solo che ci sono state sei riunioni in presenza (la prima il 3 luglio 2014 e l’ultima il 4 luglio 2015), oltre a un continuo scambio telematico. La procedura è stata comunicata al suo avvio e alla sua ultima tappa alla comunità scientifica attraverso il sito, la pagina Fb e la mailing list dell’AISO e le mailing list di Storiaorale e Sissco, chiedendo e talvolta ottenendo osservazioni e proposte di integrazione.

In fasi diverse di elaborazione del documento, ci sono stati anche colloqui e scambi informali con singoli ricercatori (penso a Manlio Calegari), con gruppi di ricerca (dell’Istituto Gramsci Emilia-Romagna), con alcuni esperti di scritture e archivi autobiografici (Antonelli, Caffarena, Cangi, Cinelli) e con i dirigenti dell’associazione internazionale Areia (Audioarchivio delle migrazioni tra Europa e America latina). Inoltre i lavori in corso sulle “buone pratiche” sono stati oggetto di una relazione specifica in due convegni, a Catania e a Venezia.

Una bozza quasi definitiva del documento è stata presentata e discussa nell’Assemblea dei soci AISO del 2 aprile 2015, che l’ha fatta propria decidendo di portarla a conclusione attraverso il presente convegno.

E’ stato un lavoro impegnativo ma estremamente piacevole per il clima che si è creato nel gruppo. Ma quello che ci sta cuore ribadire è che tutta la procedura è stata aperta e pubblica. In buona parte essa è leggibile nella tesi di laurea di Rachele Sinello, che ci ha accompagnato come osservatrice partecipante e infine cooptata nel gruppo di lavoro. La tesi – contenente anche l’ultima versione del documento – era scaricabile e leggibile a chiunque avesse ricevuto l’invito al convegno tramite la mailing list della Sissco e di Storiaorale.

Il programma del convegno credo parli da sé: prenderanno per primi la parola i giuristi, per due relazioni illustrative del documento; poi interverranno più brevemente gli altri e le altre componenti del gruppo di lavoro, che enucleeranno alcuni temi particolari. Poi ci saranno quattro relazioni di verifica dell’applicabilità delle “buone pratiche” a specifici casi e campi di ricerca.

Nella seconda parte del pomeriggio di oggi, una tavola rotonda darà avvio a una nuova fase di lavoro. Abbiamo capito che una frontiera decisiva è la conservazione della fonte orale. Nel nostro paese ci sono molti centri e istituti che se ne occupano ma ci pare manchi una visione di insieme, che definisca alcuni standard minimi e favorisca la messa in rete e la condivisione di competenze, tecnologie, risorse. La tavola rotonda è dedicata a mettere a fuoco questo nuovo obiettivo.

Alla fine della giornata di oggi, sarà inaugurata la mostra “La rivoluzione della voce. La storia orale ci racconta l’Italia”. Anche per questo ringraziamo la Fondazione Museo Storico del Trentino, che ci ospita, e che ci ha sollecitato e poi aiutato a realizzare questa installazione in cui cerchiamo di comunicare al pubblico non specialistico la storia e il senso stesso del nostro lavoro con le fonti orali.

Domani mattina ci sarà lo spazio per alcuni interventi che torneranno a discutere delle “buone pratiche” sulla base delle competenze ed esperienze di ricerca dei diversi relatori e relatrici, e introdurranno a un momento di discussione più aperta, che si dovrebbe concludere con l’approvazione formale del documento e con un impegno “morale” a proseguire il lavoro sul fronte degli archivi.

PS. Il testo Buone pratiche di storia orale è stato presentato durante il convegno; il gruppo di lavoro che lo ha prodotto vi ha apportato alcune modifiche recependo osservazioni e proposte emerse dalla discussione; ora il documento è nelle mani del Direttivo dell’AISO, che presto lo porterà ad approvazione e ne darà diffusione attraverso il proprio sito web.

Alessandro Casellato

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