La Storia Orale alla European Social Science History Conference 2016

La Storia Orale alla European Social Science History Conference 2016 –

Valencia, 30 marzo – 2 aprile

a cura di Roberta Garruccio

Nello scorso mese di marzo, ho avuto modo di partecipare alla European Social Science History Conference (ESSHC) . Ho pensato di stendere questo appunto dopo il convegno anche perché penso che questa – aggiornare i soci su delle occasioni istituzionalizzate di riflessione intorno alla storia orale – sia una delle cose che AISO può fare.

La ESSHC fa incontrare studiosi che spiegano i fenomeni storici attraverso gli strumenti e i metodi delle scienze sociali, si tiene ogni due anni dal 1996, e quest’anno era ospitata dall’università di Valencia tra il 30 marzo e il 2 aprile 2016.

Il convegno era organizzato su 27 network tematici, senza sessioni plenarie. Entro la ESSHC, ciascun network organizza le proprie sessioni parallele. Il solo network di Oral History ha condensato 16 panel, disposti in sequenza lungo i quattro giorni del convegno, con 71 relazioni presentate, 21 rifiutate, 63 effettivamente confluite nel programma definitivo e con un pubblico stabile di circa una cinquantina di uditori per ogni Oral History panel (chair uscente del network di OH è Graham Smith di Royal Halloway- London che lascia la carica a Malin Thor Tureby, una storica svedese della Linköpings Univestitet)

Dal punto di vista organizzativo, le cose emerse dalla conferenza che, mutatis mutandis, secondo me possono interessare AISO e la storia orale italiana per iniziative future sono queste:

  • 71 relazioni è un numero che gli organizzatori dello Oral History Network hanno giudicato molto incoraggiante, in assoluto, e incoraggiante anche perché che è stato il più alto degli ultimi appuntamenti ESSHC (le relazioni presentate erano state 64 a Vienna nel 2014, e 55 a Glasgow nel 2012);
  • il 75 per cento delle relazioni dello OH network a Valencia è stato presentato da donne, il che confermerebbe una tendenza alla femminilizzazione della disciplina;
  • le relazioni presentate al convegno che poggiavano su ricerche di storia orale erano in realtà molte di più delle 71 dello OH-network: in altre sessioni e nel network dedicato alle tematiche di genere, per esempio, tutte le relazioni erano basate su interviste, lo stesso vale i panel di life-histories e storytelling (tenuti distinti da quelli di OH); in sintesi: la OH ha tagliato di traverso quasi tutta la conferenza perché è ormai ovvio che sono moltissimi i ricercatori di storia contemporanea che usano le fonti orali, ma per la edizione 2016 lo OH-network ha esplicitamente selezionato e accettato nei suoi panel soltanto relazioni di ricercatori che non solo costruiscono e usano le fonti orali ma che riflettono sistematicamente sulla storia orale come metodo, come pratica e come campo di studi autonomo;
  • il convegno nel suo complesso ha attratto più di più di un migliaio di ricercatori europei come nelle passate edizioni; però si è trattato di una partecipazione stretta tra due vincoli problematici: da un lato, una fee di 250 euro (c’era una opzione early birds che la riduceva di poco, prenotando molto per tempo, e che serviva più che altro agli organizzatori, per assicurarsi uno zoccolo “anti-disdetta” da parte dei relatori), e dall’altro lato l’obbligo, per relatori e relazioni, di attenersi alla lingua inglese (per una scelta di semplificazione organizzativa non era rappresentata nessuna altra lingua); ne è conseguita qualche lamentela (specie da parte degli storici spagnoli – chi non era in regola con la fee non ha potuto avere fisicamente accesso alla conferenza) e una sovra-rappresentanza dei ricercatori dell’Europa del Nord, ma anche dell’Europa orientale) o specularmente una sotto-rappresentanza dei ricercatori di tutta l’area mediterranea le cui università e istituzioni sono evidentemente in maggiore sofferenza finanziaria (pochi anche gli italiani e quasi tutti strutturati o con posizioni di ricerca in università non italiane).

Dal punto di vista dei contenuti, è stato interessante anche solo passare in rassegna i titoli dei panel, oltre che ascoltare le relazioni 2016, ma lo è stato anche di più partecipare alla riunione organizzativa dello OH Network in vista dell’appuntamento prossimo: Belfast 2018. In quella riunione si è aperta la discussione sui temi possibili, alcuni ovviamente già ampiamente perlustrati e altri meno, altri ancora che mettono etichette nuove a problemi vecchi per vederli da una diversa prospettiva. Provo a mescolare le carte (spinti dalla riunione del Network di storia orale e spunti presi dai panel) e a sintetizzare qualche punto in un elenco:

  • più tempo passa da quando la OH si è consolidata come pratica, più acutamente si pone la costellazione delle sue problematiche attorno a nodi diversi:
    • SECONDO-uso di fonti orali (in questo caso quello fatto dal ricercatore stesso oggi su sue interviste realizzate in tempi passati: è stato il caso presentato da Ronald Ritchie che ragionava sulle sue ricerche relative alla storia del congresso americano: che cosa resta? Quale giudizio ne diamo?: “The broader the question the more interesting the answer”);
    • ANALISI SECONDARIA e technologically enhanced di fonti orali, è il caso del Cedis di Berlino di cui ci ha riferito anche Silvia Calamai nella sua comunicazione al direttivo;
    • RI-uso di fonti orali già archiviate: è il caso di interviste realizzate in Alaska tra 1978 e 1980 in un progetto di storia orale a Fairbanks e che oggi vengono utilizzate dagli scienziati dell’ambiente che stanno monitorando lo stato dei ghiacci (si veda il “Project jukebox digital branch” – University of Alaska-Fairbanks UAF); la relazione tra Storia orale e Storytelling (il generale il re-telling delle ricerche); la relazione con i nuovi media e con il web;

 

  • Si fa RE-BRANDING della OH? Nel sempre più stretto intreccio della OH con tematiche della biografia e autobiografia e con le tematiche relative agli Ego documenti in generale (i casi più interessanti nella narrativa recente, di cui sé parlato spesso in Direttivo e che segnalerei io sono: Emmanuel Carrère, L’avversario e il suo esplicito riferirsi al New Journalism del Truman Capote di In Cold Blood; Javier Cercas L’impostore, Annie Ernaux nei suoi libri autobiografici, i lavori della premio Nobel per la letteratura 2015 Svetlana Alexeevich). Lo storytelling è uno di questi re-branding?

 

  • Cosa c’è di nuovo nella OH 2.0? Durante la sua relazione, la storica finlandese Anne Heimo si è domandata: “rispetto alla affermazione portelliana degli anni ‘80 secondo cui la distintività della OH sta nella forma del suo dire il significato, che cosa è cambiato oggi? Se ne poteva sentire il riferimento implicito alla alla Convergence Culture di Henry Jenkins. Il tema della OH nell’età digitale è evidentemente caldo: è anche il tema della conferenza annuale della Oral History Society 2016; si può vedere il sito del progetto ’Oral History in the Digital Age della Michigan State University e dello Institute of Museum and Library Services [prendo infatti gli spunti a seguire dal loro sito]:

 

    • sono cambiati i costi di fare OH [pensiamo solo al costo di realizzare dei video].
    • Sono cambiati gli standard.
    • Sta cambiando la scholarship.
    • Sono cambiati i veicoli di accesso alle raccolte.
    • Ne risultano problemi variegati, nuovi e soprattutto in cambiamento dinamico continuo
    • sono egualmente accessibili narrazioni audio e video, trascrizioni, ma resta elusivo il problema della loro proprietà intellettuale e del consenso informato,
    • Il ruolo della trascrizione è riesaminato,
    • L’accesso alle fonti orali è amplificato a tassi inimmaginabili prima della svolta digitale,
    • Le collezioni si fanno ovunque, si moltiplicano, e questo a sua volta crea cascate di problemi (anche di interfaccia tra collezioni),
    • Si rende essenziale una formazione continuamente aggiornata sia dei nuovi ricercatori, sia delle istituzioni che conservano le collezioni,
    • E’ più difficile sia raggiungere un consenso sulle buone pratiche, sia identificare una direzione chiara per quelle stesse pratiche,
    • Le istituzioni che raccolgono le collezioni sono il fronte avanzato di queste problematiche.

Durante il dibattito successivo all’intervento di Heimo, è stato tra l’altro osservato a margine: a) che i social network sono tutt’altro che “orali” nella loro forma espressiva (lasciano poco spazio alla narrazione, anche solo perché tendono a comprimere), b) che le problematiche più serie con cui la OH si trova a confrontarsi oggi riguardano sempre e comunque i nodi storiografici e non il medium digitale a cui di volta in volta si appoggia (es web e performance);

 

  • Se la storia orale è ormai diventata accademicamente rispettabile, questo significa che lo è diventata a scapito della sua creatività? La domanda richiama le cose di cui si è occupato di documento AISO sulle buone pratiche della storia orale varato nel dicembre 2015, ma richiama soprattutto una questione molto più ampia: ossia il fatto che il nostro tempo, in quasi ogni campo, davanti alla complessità/interdipendenza accelerata delle trasformazioni, risponde con la proceduralizzazione, spesso con una proceduralizzazione estrema; stabilendo quindi procedure per tutto – procedure che suonano, il più delle volte, come un impedimento di fatto. E’ così che si soffoca l’emersione di soluzioni innovative e nuove? (soprattutto, è così che si selezionano i campi di indagine praticabili e non praticabili? per via burocratica? quali sono le alternative aperte?. Non ci torno in questa nota perché Alessandro Casellato lo ha fatto in modo approfondito per AISO, ma le cronache ce lo rammentano.

 

 

Altri temi emersi, in rapida carrellata:

 

  • Quindi, come si serve al meglio la OH oggi?
  • Conseguenze e aspetti ETICI della OH, specie nel NUOVO USO di interviste passate;
  • OH nei paesi e nel mondo ex socialisti;
  • L’uso POLITICO della testimonianza, e la testimonianza politica;
  • La memoria politica delle persone ordinarie [un bel paper su caso Finlandia] vs la memoria politica delle élites [interviste ai parlamentari di lungo corso];
  • La scala spaziale della memoria: memoria locale, regionale, nazionale e transnazionale (approcci critici);
  • OH tra PUBLIC HISTORY e PUBLIC CUSTODY
  • OH in contatto con i grandi temi storiografici aperti;
  • OH in contatto con i giovani ricercatori (generazioni diverse alla pratica);
  • OH come strumento privilegiato di indagine delle FORME DI AGENZIA NASCOSTE O INESPLORATE dalla ricerca storica: disabilità, infanzia, corpo e malattia, psichiatria, età anziana, paternità, sessualità (Is that too much? Era il titolo di un bell’intervento di una PhD studente di Exeter, Hannah CHARNOCK, che ha condotto una campagna di interviste tra la generazione dei baby boomers; ma penso anche al bel volume di una sociologa israeliana Orna DONATH, ricercatrice della Ben Gurion University sul tema Regretting Motherhhod, che ha sollevato un grande dibattito);
  • Rapporto DETTO/ NON DETTO nella testimonianza;
  • Il detto DOPO l’intervista / il detto FUORI dall’intervista e tutti gli OFF THE RECORDS ISSUES;
  • Gli ENDURING SILENCES: “nessuno mi aveva mai chiesto prima di parlarne…”;
  • MEMORY e FORGETTORY: attenzione a quello che le persone non ricordano e al perché non lo ricordano [e attenzione al come si conduce questo lavoro]; attenzione al fatto che i nostri intervistati ci parlano del passato, ma hanno una vita ADESSO a cui tengono molto;
  • Recupero INSISTITITO dell’ECCEZIONALE NORMALE di Carlo Ginzburg;
  • Nuovi problemi etici: ad esempio quelli legati alla memoria degli intervistati adulti o anziani che rammentano cose di quando erano bambini: altra forma di memorie controverse;
  • Quando i TESTIMONI DIVENTANO OSTILI e in generale i testimoni difficili (io però ricordo su questo tema un densissimo intervento di Gloria Nemec ad una delle recenti passate edizioni di Ascoltare il Lavoro, il seminario annuale di Ca’ Foscari);
  • Quando le fonti confliggono e non siamo convinti né delle fonti ufficiali né delle fonti orali;
  • La DISILLUSIONE come oggetto storico (la disillusione politica soprattutto);
  • L’ABBANDONO [dei luoghi e delle cose nel displacement; l’infanzia abbandonata: segnalo soprattutto il paper di Michael John su OUCAST CHILDREN: testimonianze sull’infanzia abbandonata Vienna ’40-’70 richiama l’ulteriore tema dello storico chiamato come esperto nelle questioni di giustizia: As the call encourages contributions addressing “Life narratives from below”, the life stories of abandoned children, street children and children in institutions seem to be an adequate topic of presentation. In this context it is also possible to explore dialogical dimensions of the creation of biographical narratives and to discuss the position of the researcher. In 2010 the publication of two autobiographies of former inmates of foster homes provoked a public discussion in Austria. Then several former inmates reported their experiences including massive cases of child abuse to the media. This caused scandals and widespread media reports. The author of the proposal was involved in diverse projects, which dealt with the history of foster care in Austria. He was member of an official investigative commission in Vienna bringing the cases to the public. In a further step several interviews with abandoned children, street children and marginalized children from minorities were conducted all over Austria. Written life stories or other written biographical records were also used as sources for this research. The proposed presentation will base on more than one hundred interviews with outcast children, who experienced their childhood during the 1940s, 1950s, 1960s or 1970s, primarily in Vienna but as well in other parts of the country. Some video interviews, which form the basis for a video documentation, were also implemented. Undoubtfully there is an interest of parts of the public in these specific biographical narratives, of readers of daily newspapers, of the mass media itself and other groups. The self-presentation of the lives or parts of the lives of former foster children and what this does mean for the interviewer or researcher will be finally discussed. The presentation of biographical narratives of (former) marginalized children in the public (and even in encrypted forms) is a difficult process. Giving some kind of support to the affected persons touches the field of social work and includes the debate of ethical issues;
  • Interviste come forma di MEMORY MAKING (una tra le altre) oltre che di SENSE MAKING;

 

  • NUOVE RIFLESSIONI TEORETICHE: viene ribadito come proprio gli aspetti teorici sono quelli da non perdere mai di vista per una disciplina che ha sempre avuto estrema attenzione per lo stress metodologico e teorico; riflessioni teoretiche sia intrinseche alla OH stessa, sia intese come RAFFINAMENTO DI KEY ASSUMPTION DELLA STORIOGRAFIA IN SENSO LATO (ad es. solo gli oralisti, ha sottolineato Graham Smith, si giustificano degli historical gaps nelle loro indagini…; interessantissimo il paper di due storiche russe che hanno intervistato i top russian economists del momento sulla propria storia di vita e sulla storia della propria disciplina in mezzo alla transizione al capitalismo, condensandolo in un intervento che hanno intitolato: BROADENING THE CONCEPT OF TRUTH; uno non meno interessante; altro paper non meno interessante quello di Penny Summerfield (Un. of Manchester) HOSTAGE TO THE TRICK OF MEMORY; lei ha scritto un articolo sulla Memoria autobiografica in “Miranda” n. 12-2016 che vale la pena di leggere: Oral history has changed its focus since the 1970s. It is still an important method of recovering neglected histories, but whereas once oral historians aspired to collect objective data from eye witnesses, practitioners now increasingly regard the methodology as an autobiographical practice centred on the subjectivity of the narrator. As the representative sample loosened its grip, the need to understand how subjectivity is constituted in an interview became more urgent. Oral history demanded revision of the historical agenda in the 1970s; the changes in its orientation challenge how history itself is conceptualized. This article explores some of the implications of the shift, drawing on two projects on Britain in the Second World War for illustration.

Uno stimolo inatteso e particolare, almeno per me, è venuto da Miroslav VANECK che [oltre ad essere l’autore di una pubblicazione che corrisponde al “Microfono rovesciato” di Alessandro Casellato, ma realizzato “Around the globe ; il libro si intitola Rethinking OH with its protagonists, Karolinum, 2013] ha tenuto una relazione sullo stato dell’arte della OH, mettendo a confronto due snodi temporali che la riguardano: si tratta di due appuntamenti dello International Commette for Historical Sciences (fondato nel 1900); in particolare la sua XIV conferenza: San Francisco agosto 1975 e la sua XXI edizione Jinan 2015.

La cosa citata da Vaneck per noi forse più interessante è che la tavola rotonda organizzata in quella conferenza di San Francisco 1975 con specifico riferimento alla OH esce fuori come atto di nascita internazionale della OH stessa, quale pratica disciplinarmente condivisa e non sono come evidenza o come pratica conservativa. Ma subito dopo è citato anche il convegno “OH fra Antropologia e storia”, BOLOGNA 1976 (i cui atti saranno poi pubblicati sul n. 35 di Quaderni Storici nel 1977); mi pare importante da sottolineare questo, per via che all’ultima assemblea dei soci AISO si era considerato di dedicare il convegno del decennale 2006-2016 proprio all’anniversario di Bologna 1976.

La cosa invece più curiosa raccontata da Vaneck è che mentre lui stava cercando di individuare gli organizzatori del convegno SF 1975, gli sono stati fatti i nomi di Roland GRELE (che, interpellato in merito, gli ha risposto: “io organizzare la conferenza di SF nel 75?!? Organizzo a malapena me stesso”; e di Alessandro PORTELLI, che avrebbe invece replicato: “io, nel ‘75, la OH non sapevo neppure che cosa fosse…”). Una passo dopo l’altro, alla fine esce fuori che le organizzatrici sono due donne: MERCEDES VILLANOVA (oggi, emerita all’università di Barcellona, è stata presidente della IOHA nel 1996, ha scritto una bella storia degli analfabeti a Baltimora, 2005) e WILLA BAUM (che ha diretto il ROHO presso la Bancroft Library di Berkeley dal 1958 al 2000 quando è andata in pensione, è scomparsa nel 2006).

Vaneck ha poi richiamato proprio una affermazione di Ronald GRELE: le persone tendono a vedere il futuro della OH nella digitalizzazione e nella tecnologia; è una posizione che si può comprendere, dice Grele; è una direzione che si può prendere, ma la questione del futuro della OH RESTA APERTA EPISTEMOLOGICAMENTE [il suo spazio tra resta tra scienza – richiamo al rigore – e arte – richiamo all’approccio umanistico], ed è legata soprattutto alla RICERCA e ai progressi che faranno gli storici; le tecnologia non è tutto, e la OH non deve scordare che si fonda su empatia, umiltà del ricercatore, e IRRIPETIBILITA’ delle storie che ci vengono raccontate.

Valerie YOW (la quale oltre che essere autrice di un manuale di OH molto noto, pratica anche come psicoterapeuta) ha invece tenuto un breve intervento proprio su OH e psicoterapia, rifacendosi soprattutto al vecchio saggio di LEWENBERG 1995 uscito per OUP e a un recente articolo di Michael ROPER [The Unconscous work of history, pubblicato in “Cultural and social history” n. 11, 2014, articolo dedicato ai processi emotivi che animano il lavoro storico], richiamando il bisogno di fare una storia orale from INSIDE-OUT dopo che l’abbiamo fatta bottom up; facendo attenzione alla nostra capacità di pick up on things durante le interviste; riconoscendo che raccogliamo anche delle rivelazioni del profondo, che vanno accolte con atteggiamento non judgemental sulla persona che ci parla, e riconoscendo che anche quando facciamo storia orale per documentare il passato “the really important time is now” [nb Yaw ha sottolineato in chiusura una cosa che forse si dà per scontata: la psicoanalisi è solo uno dei diversi strumenti di cui la psicologia dispone e che possono servire alla storia].

Il commento che ha chiuso il dibattito successivo a questo panel [conclusivo della conferenza è stato infine proprio un intervento di Mercedes Villanova, la quale, sollecitata da Donald RITCHIE, ha emesso un parere o che è suonato (a me almeno) un po’ sconsolante ma forse non del tutto equilibrato: “se il turning point della OH è stato il 1975, allora siamo rimasti fermi lì: in questa conferenza si è parlato di molte questioni metodologiche già sentite (…) e non di nuove questioni; voi avete bisogno di un BREAKTHROUGH; avete bisogno di capire CHE COSA E’ RILEVANTE PER LA VOSTRA GENERAZIONE; questo è la domanda che farei io – ha aggiunto sempre Merceds Villanova- a voi oggi; e questa è la domanda a cui, secondo me, dovreste tutti rispondere”. Ve la lascio qui…

Roberta Garruccio

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