“Buone pratiche con le fonti orali” a teatro: una recensione

di Hilde Merini.

Attirata dal titolo, sabato 6 aprile 2019 sono andata a vedere lo spettacolo teatrale “Buone pratiche con le fonti orali” al Teatro Tordinona (Roma). Si è parlato altrove di «intervento sulla memoria storica per stimolare una riflessione sul tema della responsabilità individuale e collettiva», ma devo dissentire e specificare (citando un lavoro diverso): ingannevole è il titolo più di ogni altra cosa.
Il testo ha per protagonista una giovane docente universitaria, una storica contemporaneista sola, algida, poco accogliente e residente ai Parioli. Sta conducendo una ricerca sugli anni settanta, sui collettivi e la lotta politica. Tramite la testimonianza di un ex militante ora imborghesito e ricco, entra in contatto con un altro membro del collettivo (non si capisce bene quale, ma della scena romana) ormai anziano, zoppo, povero, nostalgico e burbero. La storica gli chiede un’intervista di storia orale chiamandolo al telefono, dicendo che non deve preoccuparsi delle conseguenze di questa testimonianza, si stipulerà “un contratto”, tutto sarà registrato e potrà impedirne la pubblicazione in ogni momento. La storica più volte ripeterà come una cantilena, un motivetto di incoraggiamento quasi, le “buone pratiche di storia orale” durante la pièce. Queste “buone pratiche” che recita, andando a memoria, non sono quelle di AISO.
L’intervista tra i due si svolge in maniera, scusate il gioco di parole, estremamente teatrale. Recitazione ostentata, grida, salti, provocazioni continue tra i due, un leggerissimo erotismo (offensivo per un oralista) e toni da indagine poliziesca. Devono aver preso un po’ troppo seriamente i libri di storia orale quando si parla di intervista come “duello”. Il tutto riempito di stereotipi sulla lotta armata e sul tempo presente: la storica è una ricca borghese dei Parioli, sola e depressa, figlia di ricconi come tutti i docenti universitari (poi si scoprirà che in realtà non è così); l’altro un nostalgico che lanciava molotov, che si è fatto rovinare dalla lotta armata e dalle idee sulla rivoluzione perdendo lavoro (o forse non ha mai lavorato), famiglia e amici, e che ora vive solo in una casa sotto sfratto continuo, tirando su la mensilità con espedienti loschi che hanno a che fare con il mondo della strada e dei vagabondi/senzatetto. L’ex militante ha una figlia, ma ne ha perso le tracce dopo la separazione dall’ex moglie: ascolta ancora la registrazione della bambina che canta fiera “lavorare con lentezza” di Enzo Del Re. La storica gli ricorda a tratti la figlia.


Sulla scena, un allestimento scarno, diversi registratori che vengono usati in maniera interessante, e solo tre attori: la storica, l’ex militante e una donna in silenzio sullo sfondo del palco. Questa interverrà solo dopo la prima metà della sceneggiatura, sciogliendo molti nodi. La signora è la madre morta della storica, rimasta incinta di un povero ragazzo romano ignorante a diciassette anni. Questo morì negli anni settanta cadendo da un motorino in un quartiere in cui stavano avvenendo degli scontri con delle molotov. Il dolore della perdita aveva reso la madre triste e depressa portandola infine al suicidio, lasciando in eredità alla figlia un nastro in cui raccontava, come una confessione, la morte del ragazzo e le sue intuizioni di allora sulle colpe. È a questo punto infatti che scopriamo che la storia orale è solamente un espediente per ricostruire le vicende che hanno portato alla morte del giovane padre, vittima si pensa dei fumi di una molotov lanciata quel giorno dell’ex militante. Si spiega perciò la difficoltà emotiva della storica nel condurre l’intervista e le modalità da investigatore. Il tutto si conclude con scontri verbali tra la storica e l’ex militante, una mezza rissa, e infine un rappacificamento: non si può realmente sapere cosa sia successo allora, nessuno o tutti hanno colpe, la memoria fa brutti scherzi, era meglio non sapere niente.

In conclusione, la storia orale in questa opera è un piccolo espediente narrativo per portare in scena un drammone ottocentesco pieno di stereotipi sulla lotta armata e sul mondo dell’università e della docenza. Da una parte è apprezzabile l’interesse per la storia orale e l’uso delle fonti orali, e sicuramente interessante anche l’impiego del registratore e della registrazione, che viene frantumata e modellata, entrando come protagonista sulla scena. Dall’altra però è impossibile non notare una certa incuria e grossolanità nella rappresentazione del complesso rapporto tra intervistatore e intervistato, tra storico e fonte orale, tra memoria e Storia. Un appiattimento generale infruttuoso. Rimane perciò solo un’occasione mancata per portare sul palco la pratica della produzione delle fonti orali e della loro decodificazione da parte dello storico; che fortunatamente non ha quasi mai conti in sospeso con l’intervistato, non lo incalza, non è aggressivo o sgarbato (o almeno ci prova). Tra i diversi modi in cui la storia orale è riuscita ad entrare in teatro, questa rimane davvero ingannevole.

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