Napoli in guerra. Appunti ed emozioni dalla lectio magistralis di Gabriella Gribaudi

di Gabriele Ivo Moscaritolo

 

Il 14 febbraio scorso, nell’aula magna del Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università di Napoli Federico II, si è tenuta la lectio magistralis di Gabriella Gribaudi dedicata all’esperienza e alla memoria della Seconda Guerra Mondiale a Napoli.

Per chi si occupa di storia, e ancor di più per chi frequenta la storia orale, Gabriella Gribaudi è sicuramente un punto di riferimento indiscutibile: presidente AISO dal 2006 al 2013, nel corso della sua carriera si è occupata di tematiche assai diverse apportando sempre contributi significativi con le sue ricerche grazie all’uso delle testimonianze orali e al costante lavoro interdisciplinare.

Dopo la laurea in storia conseguita presso l’università di Torino, Gabriella Gribaudi nel 1974 ha continuato i suoi studi presso il Centro di Ricerche Economiche e Agrarie di Portici, allora diretto da Manlio Rossi Doria. Da questo momento in poi, la sua vita e la sua carriera si sono profondamente intrecciate con la realtà meridionale.

Come ha ricordato nei saluti iniziali Stefano Consiglio, direttore del Dipartimento, Gabriella pur non essendo di origine napoletana ha scelto la città partenopea per vivere e proseguire i suoi studi, un gesto d’amore verso Napoli ma anche segno di una straordinaria curiosità intellettuale nei confronti di una realtà complessa che l’ha condotta nel corso degli anni a lavorare sempre al confine fra discipline diverse e collaborando con studiosi di varia formazione. Antropologia, sociologia, ma anche ingegneria e giurisprudenza sono solo alcune discipline con cui ha costantemente dialogato e con le quali ha saputo trovare sempre punti di contatto per arricchire la comprensione dei fenomeni studiati.

Allo stesso modo, il rettore Gaetano Manfredi ha sottolineato la profonda relazione umana e intellettuale con la Gribaudi, frutto di una lunga collaborazione nell’ambito dello studio dei disastri naturali e della percezione del rischio.

Dopo i saluti di rito e i sinceri apprezzamenti, la parola è passata alla professoressa, in un’aula gremita e attenta è iniziata la lezione.

Ad introdurci nella “Napoli in guerra” è Eduardo de Filippo con un brano tratto da Napoli Milionaria!, celebre commedia scritta nel 1944 che ha nel corso del tempo forgiato l’immagine della Napoli di quegli anni: una città prima bombardata e poi liberata all’interno della quale gli abitanti si adattano al corso degli eventi scivolando lentamente nell’immoralità e nell’illegalità.

Ciò che ci colpisce immediatamente della lezione è soprattutto la capacità di tenere insieme, in un racconto puntuale ed avvincente, i vari punti di vista dai quali osservare gli eventi. Archivi, testimonianze orali, letteratura, film e teatro sono le fonti che concorrono al racconto di quegli anni e ci svelano una realtà poliedrica e sfaccettata.

La città partenopea dal 1940 al 1943 è una delle più bombardate d’Italia: vittima del cosiddetto moral bombing subisce la distruzione di obiettivi sia militari che civili e la memoria degli abitanti è piena di strazianti episodi di quel periodo.

Alla violenza delle bombe si sostituirà ben presto quella dei militari tedeschi che imperverserà all’indomani dell’armistizio. Dopo l’otto settembre i napoletani subiscono rastrellamenti, razzie e ogni genere di sopruso ma non restano passivi di fronte a questo. Il minuzioso lavoro d’archivio ci mostra chiaramente la disobbedienza civile, gli attacchi e le resistenze di quei giorni che culmineranno nelle celebri Quattro Giornate.

La riflessione che propone Gabriella Gribaudi sull’insurrezione napoletana è molto profonda e le testimonianze orali ci permettono di comprendere a fondo le motivazioni alla base della reazione della popolazione. A mobilitarsi non sono infatti bande di “scugnizzi”, ragazzi di strada che ricorrono ad espedienti poco onesti per vivere, ma una complessa stratificazione sociale formata dagli abitanti di vari quartieri e, proprio come accaduto in altre parti d’Italia, la popolazione si difende dalla distruzione del suo spazio simbolico, dei luoghi vissuti e della propria quotidianità. Si tratta di una insurrezione che spesso è stata sottovalutata dalla storia e sminuita nei confronti della resistenza settentrionale: da un lato un sud ribellista incapace di individuare obbiettivi precisi e dall’altro un nord proiettato verso ideali democratici. Così, nella memoria nazionale, la quasi negazione dell’insurrezione ha innescato un fenomeno frequente nella storia italiana ossia il profondo divario fra memoria pubblica e privata, una distanza che, come comprendiamo, può essere compensata attraverso l’utilizzo delle testimonianze orali della ricerca storica.

Ma in città la guerra provoca veloci cambi di scena e, con lo sbarco degli alleati, Napoli nuovamente cambia volto: arrivano i soldati americani che fraternizzano con la popolazione, distribuiscono aiuti e si accompagnano con le donne del posto; ma vediamo anche tanta miseria, morte e distruzione. Sono ancora una volta il cinema e la letteratura a formare la nostra immagine di quegli anni attraverso opere come il film Paisà di Roberto Rossellini o il libro Napoli ’44 dell’ufficiale britannico Norman Lewis.

La Napoli dello sbarco alleato è in realtà estremamente complessa, c’è la prostituzione e il contrabbando, fenomeni evidenti che hanno colpito l’immaginario degli stranieri, ma c’è anche un’umanità dolente che lotta per sopravvivere, così come i matrimoni con i soldati, a volte difficilmente digeriti dalla popolazione maschile. Insomma c’è chi fraternizza e chi non accetta i nuovi arrivati, chi si indigna, chi si arricchisce e chi si “appezzentisce” ma, nel corso del tempo, dal corto circuito fra memorie individuali, politica cittadina e rappresentazioni della letteratura, del cinema e del teatro è probabilmente prevalsa un’immagine della città che è quella della Napoli milionaria!.

Veniamo così ricondotti al punto dal quale eravamo partiti, alla commedia di De Filippo che è sicuramente la prima riflessione sulla guerra, scritta proprio nel mezzo dell’occupazione alleata che ci mostra una città in cui cresce il contrabbando, il mondo si rovescia e nasce la disonestà mentre le sofferenze non vengono ascoltate e ci si affida al tempo che scorre sperando che trascorra la nottata.

Il racconto della Napoli in guerra forse potrebbe anche terminare qui, il lavoro di ricostruzione storica che tiene insieme fonti orali, fonti d’archivio e rappresentazioni del teatro e del cinema ci affascina e amplia la nostra visione su un periodo cruciale della nostra storia.

Tuttavia, Gabriella Gribaudi ci suggerisce ancora una riflessione su Napoli Milionaria!, forse la più illuminante. La commedia infatti, sebbene abbia forgiato la nostra immagine di quegli anni attraverso i suoi personaggi e le sue vicende, può essere letta anche diversamente, ossia come riflessione sull’oblio e sulle dinamiche del ricordo. Il suo protagonista Gennaro Iovine infatti, al ritorno dalla guerra, cerca in tutti modi di raccontare quanto ha visto e vissuto ma viene continuamente interrotto dagli altri personaggi che lo invitano a lasciar perdere perché “la guerra è finita” e bisogna “pensare alla salute”. Così possiamo osservare De Filippo attraverso Maurice Halbwachs ed immediatamente ci è chiara la lezione del sociologo francese: il passato non necessariamente si conserva intatto ma esso è sempre oggetto di negoziazione, una posta in gioco tra individui ed interessi contrapposti che ne decretano l’affermazione o meno.

A chiudere la lezione è proprio la conclusione di Napoli Milionaria!, “Ha da passà ‘a nuttata” recita De Filippo e un lungo applauso ringrazia Gabriella Gribaudi per la brillante lezione.

Mentre un po’ commossi lasciavamo l’aula, la parola che più ho ascoltato è stata “emozionante”. In poco più di un’ora abbiamo attraversato anni cruciali della storia napoletana e abbiamo avvertito profondamente la passione e l’impegno con cui Gabriella Gribaudi si è dedicata al suo studio. Ne usciamo tutti più arricchiti, stemperiamo l’emozione con il buffet finale, sperando che questa non sia stata davvero l’ultima lezione della professoressa ma che ce ne siano tante altre da cui imparare ancora.

Tagged under