Quando il potere è operaio

Quando il potere operaioDevi Sacchetto e Gianni Sbrogiò (a cura di), Quando il potere è operaio, Manifestolibri, Roma 2009 (con il dvd “Gli anni sospesi” di Manuela Pellarin).

(recensione di Tommasio Saggiorato)

Augusto Finzi, prima della sua morte nel 2004, aveva iniziato a progettare un centro di documentazione di storia locale che raccogliesse l’attività politica di un gruppo di operai e tecnici cresciuti attorno al progetto dell’autonomia operaia inizialmente dentro la Cgil e il Pci, poi, dopo l’estromissione, costituendosi nel Comitato operaio, uno dei maggiori centri d’irradiazione di Potere operaio, e sancendone a breve lo scioglimento con l’Assemblea autonoma di Porto Marghera. Non volendo disperdere nell’ennesima soffitta o scantinato l’enorme mole documentaria che Finzi e coloro che orbitavano attorno a lui avevano raccolto, alcuni vecchi compagni hanno deciso di riunirsi nel Comitato promotore archivio operaio “Augusto Finzi”, per fare in modo che il progetto archivistico si concretizzasse. Dal 2006 presso il Centro di documentazione di storia locale di Marghera è possibile consultare l’archivio operaio “Augusto Finzi” che, assieme ad altri fondi, costituisce un importante luogo di raccolta, archiviazione, catalogazione e consultazione di documenti legati alla storia di Porto Marghera e parallelamente alla storia del quartiere urbano.

Così è nata l’idea di scrivere non tanto la storia del movimento operaio a Porto Marghera negli anni Sessanta e Settanta, ma – come dice Devi Sacchetto esordendo nel suo saggio – di indagare sulla base di 24 interviste «i percorsi di politicizzazione e le fonti della radicalizzazione espressi da quei militanti operai e territoriali che hanno costruito alcuni percorsi di lotta a Marghera e in Veneto». Una ricerca che va a scavare nelle origini sociali e politiche del gruppo operaista a partire dallo sviluppo del polo chimico che negli anni Cinquanta rastrella giovani con scarsa esperienza di lavoro e di pratica politico sindacale: pendolari provenienti dal vasto bacino agricolo circostante e tecnici dagli istituti tecnici industriali di Mestre. Una forza lavoro, soprattutto quella del Petrolchimico della Montedison, che si trova di fronte ad enormi investimenti in capitale fisso, elevati livelli di produttività, esposizione alla nocività della produzione, e che costruirà dei percorsi comuni con gli operaisti prima di “Progresso Veneto” e “Quaderni Rossi”, poi di “Classe Operaia”.

L’intervento degli intellettuali davanti alle fabbriche permise nel periodo caldo tra il ’67 e il ’70 di elaborare delle forme di auto organizzazione operaia fuori dal controllo dei sindacati e dei partiti, attorno al tema del lavoro salariato tanto caro alla sinistra storica. Il rifiuto della delega investì anche i professionisti della politica di Potere operaio quando nel 1972 si decise di dare vita all’Assemblea autonoma di Porto Marghera nel tentativo di essere classe operaia nella propria autonomia (anche dagli appena costituiti Consigli di fabbrica) e nel territorio; un tentativo che rifletteva la crescita intellettuale e politica dentro la fabbrica e fuori da essa senza la mediazione di funzionari esterni, dove gli stessi operai si assumevano la responsabilità diretta delle forme di lotta e dove all’assemblea era premiato l’impegno, la partecipazione, la presa di parola diretta.

Se inizialmente la lotta operaia rivendicò l’egualitarismo salariale indispensabile per coagulare i lavoratori, negli anni a seguire il conflitto lavorativo si concentrò sul tema della nocività e del rifiuto del lavoro, estendendo alle università e al territorio nuove sensibilità, aggregando soggetti e generazioni diverse tra loro attraverso l’organizzazione di comitati cittadini che intervenissero nei più svariati ambiti sociali (le abitazioni, la spesa, gli asili). Il confronto tra diverse figure sociali permise l’intrecciarsi di rapporti duraturi nel tempo in quanto la curiosità intellettuale, il dibattito e l’attenzione allo studio erano rivolti sì alla battaglia politica, ma soprattutto alla crescita personale in un nuovo spazio politico dove si potesse immaginare la possibilità di organizzare direttamente una vita sociale che non fosse fagocitata dai rapporti di produzione e di consumo. Sul finire degli anni Settanta, l’Assemblea autonoma viene investita dalla più grande ondata repressiva dello stato mai messa in atto dal secondo dopoguerra: il “processo 7 aprile” vedrà numerosi arresti e lunghe incarcerazioni che, assieme alle ristrutturazioni conseguenti al decentramento produttivo messo in atto dalle aziende e al terrorismo brigatista, costringeranno molti a ritirarsi a vita privata, distruggendo quella rete di relazioni basata sull’appartenenza, sulla solidarietà e sui legami personali.

Questa lunga parabola, non tanto di lotta operaia ma piuttosto di acculturazione e radicamento di soggettività antagoniste dalla fabbrica al territorio, è un segno che rimane ancora adesso specificità di una realtà sociale e politica a sé stante, dove si era diffuso, fin dagli anni Settanta, un modo di fare informazione costruito dal basso, a partire dalla conoscenza dei cicli produttivi e dagli effetti deleteri che essi provocavano alla salute dei lavoratori, tant’è che l’ultima speranza di dare ragione alla causa operaia è stata affossata dalla sentenza di assoluzione di tutti i dirigenti del Petrolchimico emessa dal tribunale penale di Venezia nel 2001.

Consiglio la lettura di questo libro a quanti  pensino di saperne poco sulle origini dell’autonomia operaia a Marghera, come è successo a me, e che fin da subito non disdegnino la pluralità dei linguaggi in quanto i contributi sono eterogenei: a partire da una personale cronistoria del militante Gianni Sbrogiò, passando per gli interventi di intellettuali che con l’autonomia operaia si sono confrontati come Toni Negri, Massimo Cacciari e Karl Heinz Roth, concludendo con il bel saggio di Devi Sacchetto, corredato da un dvd curato da Manuela Pellarin in cui le video interviste vengono montate assieme a documenti video dell’epoca, proponendo così un duplice linguaggio: quello saggistico della storia orale e quello audio visivo del documentario.

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