Storie di emigrazione matrimoniale a Thunder Bay. Dalla tesi di laurea di Chiara Paris

Pubblichiamo un estratto dalla tesi di laurea di Chiara Paris dal titolo «Diventar Femina». Storie di emigrazione matrimoniale a Thunder Bay (1954-1966) (laurea magistrale in Storia dal Medioevo all’Età Contemporanea, Università Ca’ Foscari Venezia, a.a. 2017-18). Pensiamo che questo lavoro sia un ottimo esempio di come trattare le interviste e ricavarne un testo storiografico e narrativo insieme.

Nella sua ricerca Chiara Paris si è occupata di storia dell’emigrazione matrimoniale attraverso lo studio di fonti di diversa natura: archivistiche, iconografiche, orali. I documenti del Ministero del Lavoro sono stati utili per comprendere i processi migratori maschili e femminili. Le fotografie, trovate in archivio ma anche ricevute dalle stesse intervistate o viste per caso – ad esempio negli album della famiglia della ricercatrice, la cui storia è alla base della sua ricerca –, sono state affiancate alle storie di vita arricchendole. Le interviste alle emigranti, raccolte a Thunder Bay in Canada, sono state fondamentali per far emergere il complesso meccanismo dell’emigrazione femminile, l’universo culturale e sociale in cui matura la decisione di partire, le ragioni che sottendono la scelta delle giovani donne. In «Diventar Femina» le testimonianze orali ricoprono dunque un ruolo centrale.
Chiara Paris ha condotto 14 interviste, di cui 7 trascritte nella tesi. Le persone intervistate sono tutte donne di origine contadina, nate fra il 1930 e il 1948, quindi appartenenti alla prima generazione del miracolo economico, ed emigrate in Canada negli anni Cinquanta e Sessanta da piccoli paesi di diverse regioni italiane (Abruzzo, Basilicata, Friuli Venezia Giulia, Veneto).
Qui si darà spazio alla voce di Maria Fabrizia, emigrata dalla Basilicata a Thunder Bay come sposa per procura. L’intervista è corredata da alcune foto che raccontano la storia della donna.

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Nel secondo dopoguerra che possibilità avevano le donne di compiere autonomamente un’emigrazione? Qual era la spinta emigratoria di giovani ragazze di famiglia contadina? Perché partire “al seguito” di qualcun altro? Era una scelta autonoma? Quanto pesava il contesto familiare e sociale delle zone d’Italia poste ai margini della “grande trasformazione”?

A luglio 2017 sono arrivata nella città canadese di Thunder Bay con molte domande indefinite in testa, senza la certezza che quel viaggio sarebbe stato davvero il punto di partenza del mio progetto di ricerca. Ho portato ugualmente con me tutto il necessario per raccogliere informazioni e documenti: un registratore, una macchina fotografica Canon M10, un hard disk.

Non sono partita con una tesi definita da verificare e forse ciò che ambivo a rappresentare era l’impatto che il fenomeno storico dell’emigrazione aveva avuto sulla vita di coloro che ne avevano fatto esperienza: cercavo di carpire il modo in cui il macro-evento veniva trasformato e rimodellato dalle persone che avevano agito al suo interno sulla base di un corredo di valori e riferimenti individuali. Il mio lavoro di selezione e ricognizione è avvenuto in un secondo momento a partire dal cumulo di interpretazioni, immagini e informazioni che avevo riportato indietro. A posteriori posso dire che è solo attraverso l’interazione con le donne incontrate che ho potuto illuminare gli aspetti critici e i problemi che contavano, assecondando l’ordine di rilevanza che loro stesse davano ai temi e alle questioni.

Ho condotto 14 interviste secondo la modalità semistrutturata1, che ho poi trascritto e montato sotto la forma di brevi storie di vita. Il passaggio quindi è stato questo: dall’history-tellingcentrato sull’evento dell’emigrazione matrimoniale verso il Canada – declinato attraverso le voci delle signore che me ne parlavano – alla life story che ho ricostruito, per ciascuna di queste, inserendo nella narrazione anche altre tipologie di documenti personali: passaporti, libretto di lavoro, fotografie, registri di matrimonio. Il mio intervento più esplicito infatti sta nel cercare di fornire una lettura intensivae critica di questi differenti documenti, intrecciandoli coerentemente nell’impianto narrativo dei vari capitoli2.

La scelta di rendere le mie sette interviste semi-strutturate nella forma di storie di vita mi ha aiutato ad apportare tagli necessari per rendere accessibile un materiale documentario assolutamente eccedente. Credo che l’affondo nel particolare e nel dettaglio fornisca una possibilità in più per riaprire la pensabilità del passato, trovare la discontinuità rispetto alle generalizzazioni e ai rigidi quadri sociali. Le fonti orali, integrate in questo modo agli altri documenti personali, oltre che all’interpretazione e alla rielaborazione soggettiva agli avvenimenti, declinati in una modalità sempre intima e singolare, mi hanno dimostrato di essere dotate di un grande potenziale informativo. Mi riferisco a informazioni sul funzionamento del fenomeno emigratorio in sé: le dinamiche e le tempistiche burocratiche, come si svolgeva la pratica del matrimonio per procura, secondo quale logica poteva prendere forma una catena emigratoria. Solamente grazie a questa lettura intensiva di documenti differenti e “minuti” ho potuto tracciare dei precisi percorsi dentro e fuori lo status di lavoratrice e interrogarmi sulla natura ambigua e mobile di questa categoria. Fonti orali e documenti cartacei insieme mi hanno permesso di restituire un’immagine più sfaccettata di quella sintetizzata nell’espressione donna al seguito: il matrimonio prima della partenza infatti era una delle alternative possibili che si affiancava alla possibilità di partire con l’ambiguo status pregiuridico di fidanzata e quello ancora più misterioso di sposa per procura.

Quando parliamo di procura matrimoniale nell’ambito della storia dell’emigrazione ci riferiamo ad un matrimonio stipulato a distanza, in cui uno dei due coniugi, per lo più la componente maschile, era rappresentato da un procuratore: un nuncius dello sposo mandante, che in quanto mero portavoce dello sposo, non era in alcun modo in diritto di esprimere la propria volontà. La storiografia sul tema è molto scarna: sono rari i casi in cui si va oltre l’accenno, e non esiste una monografia che tenga conto del fenomeno nel suo complesso, così come si articolò tra le varie mete emigratorie del periodo. Nel complesso delle interviste che ho raccolto a Thunder Bay solo due delle donne che ho incontrato ricorsero alla procura. In entrambi i casi la procura ebbe il ruolo di un passaggio burocratico scelto nell’ambito di una relazione già avviata, nel senso che i partner erano già coinvolti in relazioni abbastanza durature, in un caso già sugellata anche da anello di fidanzamento e promessa di matrimonio. In ognuno degli incontri con le donne che andavo intervistando ho assecondato la mia curiosità rispetto a questa pratica che pure mi affascinava e di cui non avevo trovato molto da leggere. Ho raccolto infatti molto materiale sulla procura e sulla sua ambiguità, anche attraverso quelle donne che scelsero altre vie burocratiche di espatrio. Nel corso delle narrazioni emerge che il tema della procura suscita delle prese di posizione nette o una resistenza difficile da spiegare3.

A prescindere dallo status giuridico di partenza, nel caso delle donne da me incontrate e intervistate, la scelta di sposarsi – e quindi il progetto di assumere lo specifico status giuridico di donna coniugata – costituiva un passaggio preliminare alla decisione di attraversare l’oceano per avviare un progetto emigratorio e per potersi pensare emigranti.

Le storie di vita lasciano emergere i moventi individuali e come questi, in relazione dinamica con le atmosfere familiari e sociali, determinarono delle specifiche combinazioni di scelte (emigratoria e matrimoniale). A prescindere dalla fenomenologia del viaggio – il fatto che queste donne viaggiassero sole o accompagnate, in nave o in aereo – la possibilità di emigrare secondo questa modalità matrimoniale aveva delle importanti implicazioni nella costruzione del genere e sullo specifico destino esistenziale e lavorativo di queste emigrate. L’emigrazione verso l’estero, infatti, coincide significativamente con un altro tipo di emigrazione: da uno stato civile ad un altro4. Emigrare per le giovani donne al seguito significa attraversare un confine esistenziale e assumere un preciso ruolo sociale: diventare donna a tutti gli effetti, “diventar femina”5, avere accesso alla sessualità, assumere il ruolo specifico di moglie e madre, dispensatrice di cure domestiche e sentimentali6.

Per raccontare qui questo complesso fenomeno ho scelto la storia di Maria Fabrizia (1930)7, emigrata in Canada da Ruvo del Monte (PZ) nel 1956, all’età di 24 anni, come sposa per procura.

Maria Fabrizia

Ma non lo so, io non mi immaginav’ niente. Immaginavo solo che venivo incontro a mio marito, mi ricordo lui e basta, quell’ era.Perché c’avevo il compagno dove andavo e dove dovevo stare. Perché lui mi ha fatto trovare tutto, mi ha fatto trovare la stanza, u comò, ce l’ho ancora quella stanza addò sem stat8, ce l’ho ancora quella stanza che m’ha comprato. Mi ha comprato nu tavul’9, ha comprato quattro sedie e ha comprato una credenza giusto per métte dei piatti, […] ‘na bella credenza lu colore di questo legno. […] Poi dopo mia cognata mi ha fatto un po’ di festa, ha invitato un po’ di amici stretti, e chi mi ha portato due piatti, quattro tazze pe lu cafè, e piatti e tazze e ‘na bella sperlunga10 pe métte i biscotti. Ya e poco dopo me li sono andati a compra’, c’era uno store11 italiano e mi so ijte a compra’ quell’ che m’occorrev’12, giusto giusto.

Il 28 agosto 2017 Maria – che ho sempre sentito chiamare con il cognome del marito, Armiento – mi aspettava a casa sua in Heath Street, poco distante da casa di Eugenia e Maria Civitarese13. Nel corso dell’intervista ho poi scoperto che Maria era stata anche dirimpettaia di Leda Noterfranco, l’altra sposa per procura che ho avuto occasione di incontrare una volta tornata in Abruzzo.

Maria vive da sola, suo marito è morto otto anni fa; le figlie e i nipoti compongono la sua famiglia: «Tutti i giovedì vengono a mangia’ i figli qua, tutti i giovedì faccio la pasta». Maria è energica e ha uno sguardo vispo, presente. È incredibile pensare che abbia 87 anni.

Quando sono arrivata, lei era nel seminterrato; dalla porta aperta saliva un profumo invadente di sugo di pomodoro: ad agosto anche in Nord America è tempo di fare la conserva e la seconda volta che sono tornata a casa sua, Maria ci ha tenuto a portarmi nel garage per mostrarmi le cassette colme di bottiglie di passata.

L’intervista che ho svolto con Maria è stata una delle più macchinose: lei è originaria di un paese della Basilicata e a tratti facevo fatica a distinguere il suono delle sue parole. L’origine lucana introduce una discontinuità in più in questo lavoro allargando ulteriormente il campo geografico dei luoghi di provenienza delle donne incontrate (Abruzzo, Friuli e Veneto). Considerata questa eccentricità e le difficoltà nel trascrivere e tradurre il suono della sua voce, stavo per scegliere di eliminarla dal carnet di storie selezionate, ma Maria mi ha “regalato” un documento fotografico davvero emblematico e alla fine ho deciso di non rinunciarci.

Le mani di Maria con l’anello di fidanzamento regalatore da Giuseppe

Incipit

Maria Fabrizia viene dal paese di Ruvo del Monte, in provincia di Potenza: «Io so’ della Lucania. La Lucania sai qual è? […] Proprio vicino Potenza, Napoli, non siamo lontano da Napoli» dice. Il nome del paese non l’ho capito immediatamente, gliel’ho fatto ripetere due volte prima di capire che “Mondo” stava per “Monte”: Ruvo del Monte.

‘Na volta sono andata proprio a Potenza, ma ero giovane, so andat’ co’ mia sorella, quella che ho chiamato qua14. S’era fatta l’operazione all’appendicite e so andat’ ‘na volta all’ospedale là a Potenza ma non era comodo. Perché mio padre non ci faceva anda’ a nessuna parte, dovevam’ sta sempre a lu nostr’ paese, nun sapev’ manco Rionero.15

[il capitolo continua qui]

NOTE

1 Il livello di strutturazione dell’intervista è variato di molto nel corso degli incontri; a determinare il grado di intervento delle mie domande è subentrata la forza narrativa e le abilità retoriche delle varie intervistate. Ad esempio, Eugenia e Chiarina avevano la forza di imporre loro stesse una linea narrativa diacronica e di seguirla con coerenza in un continuum di immagini e in un rimuginare di riflessioni. Nei casi di Leda Noterfranco, Elena Bresolin, Maria Fabrizia e Maria Civitarese, è stato invece maggiormente necessario il mio intervento.

2 Cfr., CELEMENTE P. (2013); FERRAROTTI F. (1986)

3 Riguardo il caso canadese non ho trovato alcun contributo storiografico. Gli unici articoli che ho potuto leggere provengono dalla rivista «Altreitalie» e sono relativi al caso australiano: cfr., SCARPARO S., PILZ K. (2009) e (2003); VASTA E. (1993); al caso argentino: cfr., BRUNO O. (2009).

4 L’immagine della donna emigrante tra stati civili differenti è di Maura Palazzi, cfr., PALAZZI M. (1997), p.40.

5 Questa espressione, che ho scelto come titolo per la tesi, è di una delle mie intervistate, Eugenia Ceschin. Intervista del 27 luglio svolta nell’abitazione di Eugenia a Thunder Bay.

6 Cfr., PALAZZI M. (1997), pp. 35-54.

7 Intervista svolta il 28 agosto 2017 a Thunder Bay nell’abitazione di Maria.

8 Dove siamo stati.

9 Un tavolo.

10 Vassoio.

11 Store, negozio.

12 Sono andata a comprare ciò che mi occorreva.

13 Eugenia Ceschin, Maria Civitarese e Leda Noterfranco sono altre tre donne di origine italiana incontrate e intervistate a Thunder Bay nell’ambito di questa ricerca.

14La sorella minore di Maria la raggiunse a Thunder Bay; poté emigrare perché sponsorizzata da Maria.

15 Dovevamo stare sempre al nostro paese, non sapevo neanche dov’era Rionero. (Rionero in Vulture è un paese che dista 18 km da Ruvo del Monte).

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