Storie di vita militare. Dalla tesi di laurea di Hilde Merini

Pubblichiamo un estratto della tesi di laurea di Hilde Merini dal titolo Affamati d’aria. Storie di vita militare: un’inchiesta narrativa (laurea magistrale in Antropologia culturale, etnologia ed etnolinguistica, Università Ca’ Foscari Venezia, a.a. 2017-18). Impossibilitata a fare un lavoro etnografico in caserma, l’autrice ha incontrato una ventina di militari in attività e in pensione, registrando le conversazioni e facendo poi un resoconto narrativo in cui le parole degli intervistati si incontrano con le osservazioni, le riflessioni, le letture della ricercatrice: un modo molto personale di scrivere una ricerca basata su interviste che con piacere proponiamo a chi pratica la storia orale.

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P., il sindacalista post-moderno

Nella vita di una persona la maggior parte dei pensieri e delle impressioni più importanti attraversano la mente così rapidi che rapidi non è nemmeno la parola giusta, sembrano totalmente diversi o estranei al cronometro che scandisce regolarmente la nostra vita, e hanno così pochi legami con quella lingua lineare, fatta di tante parole messe in fila, necessaria a comunicare fra di noi, che dire per esteso pensieri e collegamenti contenuti nel lampo di una frazione di secondo richiederebbe come minimo una vita intera. […] sembra che andiamo tutti in giro cercando di usare la lingua per cercare di comunicare agli altri quello che pensiamo e scoprire quello che pensano loro […] la lingua è tutto ciò che abbiamo per cercare di capire ciò che avviene a livello elementare e per cercare di instaurare qualcosa di più vasto o più significativo e vero con gli altri[1].

Tutte le interviste che ho fatto durante la ricerca avevano inizialmente lo scopo di cercare di comprendere se vi fosse una identità militare, un homo militaris[2] da poter raccontare e descrivere. Le parole di David Foster Wallace sopra citate a questo proposito sono un tormento: come poter descrivere in qualche frase un flusso enorme di pensieri? O cosa fare di quelle parole selezionate e messe in fila, in una lingua lineare e artificiosa? Il racconto di una vita (o di un pezzetto di vita) che mi è stato donato durante delle più o meno informali chiacchierate. La lingua come “livello elementare” per tentare di creare una relazione che abbia un valore, che riesca a trasmettere un qualche significato in quello scorrere continuo e irrefrenabile di pensieri. Le interviste in fondo cosa sono se non un tentativo, forse maldestro, di carpire significati e pensieri, imprimendoli tramite la scrittura, di un flusso scomposto di «pensieri e collegamenti contenuti nel lampo di una frazione di secondo». Rileggendo le parole di ogni intervistato mi viene il lacerante dubbio che anche quando con le persone con cui ho parlato c’è stata intesa, bei momenti, promesse persino di futuri incontri, forse nella realtà non è altro che un abbaglio. Insomma, mi torna alla mente con tutta la sua prepotenza Luigi Pirandello quando scrive che «crediamo d’intenderci; non c’intendiamo mai[3]!».

Oltre questi dubbi che accompagnano ogni mia intervista e riflessione, e che non posso far altro che mantenere come un rischio che bisogna pur correre e non si può evitare, David Foster Wallace si rivela anche una chiave di lettura per uno degli incontri che ho avuto, quello con P. [il capitolo prosegue qui, in pdf]

Note

[1]David Foster Wallace, Dear Old Neon, in id. Oblivion, Einaudi, Torino 2004, p. 169.

[2]Lorenzo Greco, Homo militaris. Antropologia e semiotica della vita militare, Belforte Salomone, Livorno 2009.

[3]Luigi Pirandello, Sei personaggi in cerca d’autore, Mondadori, Milano, 1978, p. 41.

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