Un caffè al Pratello: dialogo con la regista Teresa Rossano sul documentario “Io sono femminista!”

di Giulia Zitelli Conti

Inizia con questo articolo la nuova rubrica “Interviste sull’intervista” per cui rimandiamo all’introduzione di Francesca Socrate qui.

Per i bolognesi e, più in generale, per gli studiosi degli anni Sessanta e Settanta, il Pratello è un importante luogo della memoria. Non sembra un caso dunque che qualche settimana fa, proprio a pochi metri dalla sede di Radio Alice, si sia svolta la seconda proiezione cittadina del documentario Io sono femminista!, prodotto dal Centro di documentazione dei movimenti “Francesco Lorusso-Carlo Giuliani”.
La sala del Centro sociale della Pace, che ha ospitato l’iniziativa, era gremita: molte le donne, di ogni età, ma anche gli uomini accorsi per vedere il documentario e discuterne con la regista Teresa Rossano e con Cecilia Brugnoli, addetta alle riprese e al montaggio.
Io sono femminista! si presenta come un prodotto culturale poliedrico: ambisce a ricostruire, almeno in una certa misura, la storia del femminismo bolognese degli anni Settanta; è costituito da una raccolta ragionata di 14 voci della memoria femminili; presta grande attenzione non solo ad alcune date fondamentali – ad esempio l’8 e l’11 marzo 1977 –, ma anche a luoghi urbani significativi per la geografia del movimento; stimola, con proiezioni-dibattiti, riflessioni pubbliche su un passato ancora molto conflittuale; nasce, come vedremo, con un’esplicita intenzione militante.
Una complessità che mi ha spinto a sondarne metodologia ed intenti, chiacchierandone con la regista Teresa Rossano che ringrazio per il tempo trascorso assieme. Ho registrato la nostra conversazione nel rispetto delle Buone pratiche AISO e la trascrivo qui cercando di non tradirne la natura dialogica. Prima del nostro incontro, avvenuto in un bar del Pratello, ho proposto a Teresa una serie di domande di partenza, scritte a caldo subito dopo aver visto il documentario. A questo nucleo strutturato si sono poi aggiunte riflessioni dal vivo.

Giulia: Allora accendo il registratore, eccoci! Hai con te le domande che ti avevo inviato, perfetto! Sei organizzatissima.

Teresa: Si, ho tutto qui. La prima domanda che mi fai è sul presente: a quale domanda del presente avete provato a rispondere con questo documentario? Io ti posso dire che è un momento molto importante […] per il movimento femminista, che si è connesso a livello globale. Questo è avvenuto perché c’è un attacco gravissimo ai diritti delle donne e ai diritti dei soggetti che non sono etero normati, che non accettano l’etero normatività, lgbtqi +. Il movimento femminista è riuscito a creare, a livello globale, una connessione di iniziative e di lotte e credo sia l’unico movimento che ha in sé la capacità di cambiare le cose, di creare un movimento antagonista che sia in grado di incidere sull’esistente. Non c’è dubbio che siamo di fronte ad un attacco gravissimo. Basti pensare che questo fine settimana a Verona ci sarà un congresso per la difesa della famiglia “naturale” da parte di associazioni che finora sono state abbastanza in sordina, invece adesso non hanno alcuna difficoltà a venire allo scoperto, hanno dei finanziamenti che prima erano occulti mentre adesso sono chiari ed evidenti e ciò accade perché ritengono che la politica possa fare da sponda, in particolar modo in Italia. Questo ci deve fare allarmare: credo che veramente ci stiamo giocando molto, in questo momento, cioè rischiamo di trovarci con un arretramento di decenni, e anche di più, sul piano dei diritti in generale, di tutti e in particolare delle donne. Ma quando le donne lottano, lottano per tutti, tutte e tuttu. Riusciamo ad opporre una forza molto grande, organizzata, così come sta avvenendo adesso (beh io sono ottimista, per natura!): il femminismo riesce a farlo. I movimenti antagonisti ci sono, ma sono sempre molto frazionati, molto divisi, invece “Non una di meno”, ma anche tutti i movimenti femministi globali, riescono a trovare una connessione forte. Inoltre, l’idea del video c’era anche nel senso che il discorso sul femminismo, sulla militanza, emerge dalla mia storia personale e anche dal Centro di documentazione di cui faccio parte.

Giulia: Tu hai fatto parte proprio del movimento femminista bolognese?

Teresa: Bolognese sì, anche. Ma prima, quando ero molto giovane, avevo 14 anni, facevo parte sia del movimento studentesco, sia di un’organizzazione della così detta sinistra extraparlamentare e sono stata tra le fondatrici del collettivo femminista della mia città.

Giulia: Di che città sei?

Teresa: Di Catanzaro. Il femminismo è stato sempre parte della mia formazione politica, della mia militanza, quindi è inscindibile da me.

Giulia: Certo che a 14 anni, femminista e compagna a Catanzaro deve essere stata tosta…

Teresa: È stata tosta sì, però è stata bella, molto bella. È una parte di me importantissima e ti dico anche questo, dopo sono venuta a Bologna, avevo anche contatti con Roma, ho vissuto un anno a Roma… mi muovevo sempre, ma vivere la militanza in provincia ha avuto delle caratteristiche particolari. Che io non cambierei insomma, è stata un’esperienza molto importante.

Giulia: In che senso?

Teresa: Ma, intanto perché noi incidevamo molto sulle pratiche dei compagni maschi. L’ambiente era piccolo, capito? Per farti un esempio, se c’era uno che si comportava da stronzo, il giorno dopo andavamo dai compagni e dicevamo: “Questo ieri sera ha fatto il pezzo di merda, vedete un po’ cosa dovete fare”. E loro lo emarginavano.

Giulia: Quindi, in una comunità più ristretta, dici che il rapporto tra compagne femministe compagni funzionava di più?

Teresa: Sì, da noi era così. E in più eravamo molto mescolate, venivamo da diversi ambienti sociali. Che poi parliamo di femminismo, ma in realtà bisognerebbe parlare di femminismi. E tutti questi femminismi hanno dialogato tra loro, magari anche in maniera conflittuale. Io per esempio ho vissuto tutta l’esperienza dell’autocoscienza in un quartiere popolare di Catanzaro, con persone che avevano situazioni completamente diverse dalle mie, persone con le quali continuo ad essere in grande rapporto personale e politico. E per me è stato bellissimo: il fatto che l’ambiente fosse così piccolo, avevamo tutte le dinamiche come dire concentrate, negli stessi spazi o per lo meno in spazi limitrofi. È stata una ricchezza e ho conosciuto delle persone bellissime. In tanti poi ci siamo un po’ dispersi perché dalle piccole città si parte, si va via. Però credo che per tutti sia stata una ricchezza. Poi sai, la provincia è un luogo di grande sperimentazione per tanti aspetti e per me lo è stato. […]

Giulia: Mi dicevi quindi storia personale tua, ma anche storia del Centro di documentazione di cui fai parte.

Teresa: Sì, questo documentario nasce all’interno del Centro di documentazione dei Movimenti che non so se tu conosci…

Giulia: Un po’, cioè di nome e tramite il sito, ma non ci sono mai stata ancora.

Teresa: Si chiama Centro di Documentazione dei Movimenti Lorusso-Giuliani e nasce all’interno di Vag61, che è un centro sociale che si trova in via Paolo Fabbri. È importante il fatto che il Centro di documentazione sia all’interno di Vag perché non è un archivio, non è un luogo dove semplicemente si portano i documenti che, per carità, raccogliere e archiviare i documenti è importante, in particolare quelli dei movimenti degli anni Settanta come il nostro. Perché noi siamo abbastanza cialtroni insomma, non abbiamo raccolto tante cose, abbiamo dato poca importanza, all’epoca, a quella che poteva essere una trasmissione della memoria. Invece oggi ci siamo resi conto che avendo a disposizione questo materiale riusciamo a ricostruire anche quello che è avvenuto in lunghi decenni di revisionismo storico. Avere dei documenti e riuscire a ricostruire la storia dei movimenti è una cosa importante. Però non è un luogo dove si fa memoria solo in questo senso, perché magari hai del materiale catalogato che metti a disposizione degli storici, come te, che fanno una ricerca accademica. Non è solo questo. Quello che noi vogliamo costruire è una memoria attiva: una memoria che sia uno strumento di lotta per il presente. La nostra memoria, le nostre memorie, le nostre riflessioni, devono servire come arma per cambiare il presente. Diciamo che quello che eravamo allora siamo anche oggi. Abbiamo passato questi anni, abbiamo attraversato la sconfitta, però rimane in noi l’intenzione di cambiare l’esistente e di lottare. E il fatto di avere un luogo dove le nostre memorie possono mettersi in relazione sulla base dei documenti, di quello che abbiamo fatto, delle vittorie ottenute e, forse più spesso, anche delle sconfitte, sulla base delle cose che abbiamo elaborato, sulla nostra analisi della realtà eccetera, costituisce un’arma veramente formidabile oggi, uno strumento veramente formidabile. Il documentario si inserisce in questo discorso: quello che a me interessava era avere un’occasione in cui chi si racconta, ma chiaramente anche chi fa le domande, cerca di suscitare una riflessione che deve poi servire a costruire una pratica di lotta per i movimenti di oggi.

Giulia: Quindi sin dalla sua ideazione è stato un progetto collettivo in tutto e per tutto…

Teresa: Esatto: un progetto collettivo e un progetto militante, fin dalla sua ideazione. Diciamo infatti che il documentario costituisce un punto di partenza, non un punto di arrivo, in diversi sensi. Uno è quello che ho già detto: un punto di partenza perché appunto, come sta succedendo, una persona che lo viene a vedere si fa delle domande e magari ha voglia di parlarne, di approfondire, diventa un’occasione di riflessione, per fare delle domande. Ci sono tante persone che non sanno neanche cosa è successo.

Giulia: Da qui anche la grande importanza che dai/date al momento del dibattito dopo la proiezione.

Teresa: Esattamente. Ed è bello anche proprio il fatto di vederlo insieme. È un punto di partenza anche perché considera che per fare questo documentario abbiamo registrato circa 15 ore di interviste e le interviste integrali sono ora depositate al Centro di documentazione e sono a disposizione di chi voglia fare ricerca o semplicemente voglia approfondire un determinato aspetto che è stato accennato nel video, ma magari non approfondito. Perché sai, in un’ora di documentario, tantissime cose mancano: per forza di cose si sono dovuti fare dei tagli. Quindi al Centro di documentazione ora ci sono sia le interviste, sia i documenti dei quali magari ti parlo dopo.

Giulia: E le interviste che ora sono nell’archivio del Centro sono integrali? Voglio dire, compresa la tua voce?

Teresa: Sì, compresa anche la mia voce. C’è anche un’intervista in più che nel video non compare, per scelta dell’intervistata. […] Ci sono inoltre altre interviste, solo audio, che abbiamo fatto per il trentennale del ‘77. C’è un sacco di materiale. Però ti devo dire anche questo: sul femminismo c’è molto di meno. Abbiamo diversi fondi importanti, tra cui per esempio il fondo Roversi, l’archivio 7 aprile, quello di Genova e poi fondi di compagni e compagne, ma quelli delle compagne sono meno numerosi. Riguardo al femminismo c’è molto meno materiale e io, guardando a questa cosa con uno sguardo di genere, mi sono posta la domanda del “perché” ci fosse meno materiale. Questo documentario in fondo è stata anche l’occasione per tante compagne di tirar fuori documenti che avevano, come i volantini, per ricostruire…. Anche il recupero è stato importante. Ad esempio, tu parli del conflitto rispetto ai compagni oppure della manifestazione dell’8 marzo del 1977 e ci sono volantini di convocazione oppure documenti di valutazione su quello che accadeva.

Giulia: È molto interessante questo recupero. Anche perché ho l’impressione che spesso le fonti sul femminismo finiscano in archivi a sé stanti, che per carità ben venga, però è anche bello che invece vengano conservate in archivi di movimento, che rientrino in una storia di cui il femminismo ha fatto parte.

Teresa: Esatto, di cui ha fatto parte. Perché c’è stato il femminismo separatista, separatista anche nel senso che non ha voluto avere rapporti con il movimento, però ci sono state tante altre forme di femminismo che invece sono nate all’interno del movimento. Il documentario è nato come riflessione collettiva all’interno di un percorso più generale che abbiamo fatto come centro di documentazione sugli anni Settanta, che già è iniziato da diverso tempo. L’intento non è di farne un materiale di archivio in senso classico, ma di costituire un centro di documentazione all’interno di uno spazio sociale, il che significa che si creano delle relazioni mentre si ricostruisce la memoria, in una modalità collettiva. E questo cambia completamente le cose perché a volte si vedono delle mostre che a livello documentario magari sono belle, vedi delle cose interessanti, ma rimangono su un piano, come dire, “accademico”. Tolgono la sostanza di quello che è stato, che è la sostanza di movimento che invece noi avevamo: ce l’avevamo allora e ce l’abbiamo ancora oggi. Spero che questo emerga dal documentario.

Giulia: Io credo che in generale questo accada grazie alle fonti orali che rimettono le persone, uomini e donne, al centro della storia. Con il video poi emergono anche le espressioni, questi visi bellissimi delle donne che hai intervistato, la loro corporeità…

Teresa: È vero […]. In un lavoro di questo tipo poi c’è l’incertezza della memoria, la possibilità che una dica “non mi ricordo bene” o che magari confonda una via con un’altra. Però questo non è importante perché è un lavoro di memoria, non è un lavoro di storia. Poi magari interviene una storica, come sei tu, e fa un altro tipo di lavoro però lo fa su materiale vivo e non su materiale imbalsamato, ecco.

Giulia: Le domande che hai posto alle intervistate erano strutturate?

Teresa: Sì, le domande erano strutturate e avevo previsto una serie di temi che sono quelli che si vedono nei diversi capitoli, anche se non vengono nominati come tali. Abbiamo fatto la scelta di non mettere i titoli tipo “come hai cominciato” “la doppia militanza” “le pratiche”, però i temi sono scanditi, emergono dai discorsi.

Giulia: Che poi è bello (dico solo cose belle eheh, però è vero, mi è piaciuto che devo dire?) che non ci sia l’impostazione didascalica che un po’ appesantisce, no? Anche i nomi e i cognomi delle intervistate. Devo dire che all’inizio il fatto che non fossero esplicitati, la prima volta che ogni intervistata parla, mi ha colpito perché di solito si fa: per citare la fonte almeno il nome del testimone si mette. All’inizio non capivo il perché di questa assenza, invece poi andando avanti, seguendo anche il ritmo veloce del documentario, mi sono incuriosita e ho pensato che… ma magari dimmi tu…

Teresa: No, dai dimmi cosa pensavi.

Giulia: Secondo me è una scelta che funziona perché restituisce bene l’idea della collettività. Voglio dire: le donne ci sono, ognuna di loro con la sua voce, il suo corpo, il suo pensiero, i suoi ricordi, la sua individualità però c’è, come dire, quello che emerge è il gruppo eterogeneo ma coeso. Non ti arriva subito la singola voce, la singola donna con la sua professione, la sua appartenenza politica, o meglio tutto questo si scioglie immediatamente in un vissuto collettivo e plurale, ecco.

Teresa: Infatti il motivo per cui non ci sono i nomi all’inizio, ma appaiono alla fine, è questo. È un racconto collettivo ed è collettivo anche nel senso che ognuna delle intervistate racconta la sua storia e sono storie che non si riducono l’una all’altra, ma invece presentano percorsi anche molto diversi tra loro. Però tutte insieme formano l’intreccio: cioè l’intreccio si costruisce con l’apporto di tutte mantenendo però ben visibile quale è la trama e quindi l’apporto di ciascun femminismo, che ognuna delle intervistate in qualche modo esprime. […] Salvaguardare la particolarità dei racconti, tenendo ben presente che questa storia è stata possibile perché c’è stato il contributo di tutte, con le loro diversità e con la capacità di rendere conto di queste diversità. Era molto importante che questo emergesse. […] Le interviste le ho strutturate, ho mandato le domande alle persone che volevo intervistare. Considera che a volte è stato un lavoro preparatorio di anni, perché in molti casi non c’è stata un’immediata disponibilità. Ci ho lavorato per tanto tempo.

Giulia: Quando hai iniziato?

Teresa: A fare le interviste con Cecilia a giugno, ma per contattare e ottenere una disponibilità almeno due anni prima, in qualche caso anche di più. Avevo l’idea di come volevo fare la cosa, ho preparato le domande e iniziato a tessere il filo […]. Poi però alla fine di ogni intervista “strutturata” abbiamo avuto modo di continuare a dialogare con le intervistate, anzi, ti dirò che alcune cose sono venute fuori alla fine quando ci mettevamo a chiacchierare. Cecilia non spegneva la macchina e sono venute fuori un sacco di cose belle, spontanee. Molte compagne dopo mi hanno detto: “Ma sai che mi è venuto in mente anche questo, quest’altro” e io allora rispondo: “Va bene, allora faremo Io sono femminista 2 [sorride]”. […] Sai cosa ti volevo dire però anche rispetto alle domande e alle cose che sono venute fuori? Una cosa importante che è emersa è la ricostruzione di alcuni aspetti e alcuni avvenimenti, per esempio la manifestazione dell’8 marzo ’77 che è stata duramente attaccata dalla polizia, che spesso viene omessa dai racconti, tante persone mi hanno detto: “Sapevo dell’11 marzo, ma non dell’8”. È importante che vengano alla luce questi aspetti […] inoltre è emersa una visione di genere anche di avvenimenti che sono stati raccontati tante altre volte.

Giulia: È interessante ad esempio nella manifestazione dove hanno ucciso Lorusso.

Teresa: […] Ecco, su Lorusso. Alcune persone mi hanno detto: “Ma che c’entra col femminismo?” Ma io avevo le idee molto chiare. A parte che l’11 marzo fa parte anche della mia vita, ma non è questo, non ho fatto un lavoro dettato dalle mie esperienze… cioè la mia esperienza conta, certo, però il ragionamento è che non esiste una storia, non esiste una memoria, non esiste una vita che riguarda un soggetto neutro. Esistono soggetti che sono caratterizzati diversamente: in questo caso, se tu guardi anche la memoria degli avvenimenti dell’11 marzo, le compagne femministe fanno una ricostruzione in cui emergono degli aspetti che solitamente non vengono fuori. Ad esempio, il fatto che ci fossero degli obiettivi, delle vetrine spaccate prese di mira dalle femministe, come il cinema porno, “La Sposa Radiosa” e una serie di altri luoghi attaccati dai manifestanti dimostrano che le donne sono state parte attiva del movimento. Non è una cosa secondaria, però, fino a questo momento, sono cose che non avevo sentito dire molto in giro.

Giulia: Perché probabilmente nessuno è andato a intervistare le femministe sulla violenza politica…

Teresa: Nessuno è andato a intervistarle oppure non sono state fatte le domande giuste. La conseguenza è che spesso le donne scompaiono all’interno dei movimenti, anche noi stesse, se non abbiamo una consapevolezza dell’importanza della visione di genere, tendiamo a dare una versione che è la stessa dei compagni con cui abbiamo fatto queste cose. Invece vedi, sono emersi degli aspetti che solitamente nei racconti sull’11 marzo non vengono detti. Oppure vabbè, il famoso racconto di Lotta Continua, delle donne al congresso di Rimini a cui è stata attribuita la colpa di aver fatto chiudere l’organizzazione… E tutto il precedente? Ciò che era accaduto col servizio d’ordine alla manifestazione di Roma a dicembre? È un fatto che di solito si omette e invece è importante che venga fuori. Credo che sia una ricchezza per tutti, a me piacerebbe molto che ci fossero dei compagni che avessero il coraggio di mettersi in discussione e affrontare una discussione con tutti e con tutte dopo la proiezione del video […].

Giulia: Invece i luoghi dove avete girato le interviste li hanno scelti le testimoni o voi?

Teresa: Molto banalmente forse se avessimo avuto un budget maggiore saremmo andate anche in giro, a raccontare i luoghi. Ad esempio, parlare dell’8 marzo 1977 a porta Saragozza, davanti al luogo che si voleva occupare. Invece abbiamo registrato nelle case ed è importante: credo che alcune avrebbero comunque scelto le case sai? Non sono sempre le abitazioni di chi parla, a volte sì a volte no.

Giulia: E quando no, di chi sono?

Teresa: Per esempio casa mia oppure alcune parlano a casa delle altre. In ogni caso diciamo che, in linea di massima, le interviste sono avvenute tutte separatamente […] e ognuna ha parlato per sé. Questa è una cosa importante: ognuna ha parlato per sé, nessuna ha preteso di parlare per le altre ed è una grande cosa che ci ha insegnato il femminismo no? Partire da sé.

Giulia: In alcuni casi si vede proprio che le intervistate, o voi della regia non so, avete sistemato degli oggetti, dei libri, dei vinili quasi a presentarsi, a fare cornice.

Teresa: Sì è vero, in alcuni casi le compagne e noi abbiamo fatto in modo che questi oggetti, per loro significativi, entrassero nell’inquadratura. Ci tenevano: libri e documenti che ogni tanto sfogliano. È bella questa cosa, fa parte della loro storia […].

Giulia: Ecco appunto, quindi i documenti non sono solo quelli conservati nel Centro di documentazione…

Teresa: Alcune cose erano conservate al Centro, magari facevano parte del mio fondo. Altre sono state reperite nel corso del video, il documentario è stato anche un’occasione per raccogliere documenti conservati dalle intervistate. Ad esempio, le fotografie sono delle persone intervistate, poi c’è qualcosa di Enrico Scuro e di Patrizia Fulga che pure è intervistata ed è una fotografa. Pochissimo preso da internet. Volevo che il documentario fosse costruito con il materiale del Centro di documentazione […]. Anche la locandina, l’hai vista? La copertina del dvd, se tu la guardi, è un bellissimo disegno di Marina Girardi che è un’illustratrice bravissima, questo disegno è stato realizzato su una foto dell’8 marzo 1976. Quel giorno nevicava, in via Matteotti, dopo il ponte della stazione, e il corteo proveniva da Villa Erbosa che è una clinica privata che si trova da quelle parti, alla Bolognina. Era morta una donna di parto e la manifestazione era partita da lì. Abbiamo proposto a Marina di fare un disegno su questa foto, la copertina. Marina è stata bravissima. […]

Giulia: Perché hai scelto questo titolo così forte, anche rivendicatorio se vuoi?

Teresa: È un collegamento voluto con l’oggi. Non è un documentario nostalgico, non vuole esserlo. E neanche di ricostruzione della memoria fine a sé stessa. È un video militante e noi siamo orgogliose di affermare che siamo femministe. Perché il femminismo è una storia che continua, sono tante storie che continuano ognuna con la sua modalità, con le sue caratteristiche. Ogni generazione costruisce i suoi percorsi, però noi siamo sempre qui. Eravamo e siamo femministe e lo diciamo con orgoglio[1].

I film documentari ricorrono frequentemente all’uso delle fonti orali, producendo interviste ai “testimoni”. Agli occhi di uno storico orale si tratta di produzioni lodevoli quando fondate sul rispetto di una metodologia rigorosa e libere dalla pretesa di raccontare una verità storica, ma piuttosto consce di lavorare su una, o più, memorie di fatti, periodi ed eventi. Io sono femminista! nasce con questa consapevolezza e l’intreccio tra le voci delle intervistate e le fonti documentarie ed iconografiche del Centro Lorusso-Giuliani, lo rendono un interessante lavoro di ricerca su quella che Anna Rossi-Doria ha definito “una rarissima stagione di ‘felicità pubblica’”[2].


[1] Intervista a Teresa Rossano. Bologna, 27 marzo 2019.
[2] Anna Rossi-Doria, Ipotesi per una storia che verrà, in Teresa Bertilotti e Anna Scattigno (a cura di), Il femminismo degli anni Settanta, Viella, Roma, 2005, p. 1.
Immagine in evidenza: fotografia di Cecilia Brugnoli

Tagged under