Breve guida sulle tecniche di registrazione per la storia orale

di Andrea Gava

La storia orale produce interviste registrate, le fonti orali, grazie ad apparecchi in continua evoluzione: cilindri di cera, magnetofoni, registratori a cassette, registratori digitali e molto altro ancora. Non può prescindere dai mezzi con cui si realizza. Nel bagaglio dello storico orale dovrebbe quindi esserci una conoscenza di base degli strumenti che utilizza.

Per questo motivo affronterò qui alcuni presupposti tecnici e parlerò delle pratiche per produrre una registrazione audio della miglior qualità possibile. La necessità di una competenza tecnica minima è fondamentale per la buona riuscita di una registrazione sul campo in contesti molto spesso poco ideali per una resa finale soddisfacente della fonte orale. Conoscere i propri strumenti di lavoro è importante. Un utilizzo inconsapevole o poco accorto può compromettere la fonte che andremo a produrre: la fragilità di una performance orale, per sua natura irripetibile, non ci consente di fare errori sul piano tecnico. Inoltre, consegnare una fonte orale di qualità apre possibilità insospettabili per i futuri studiosi e non solo.

Descriverò quali sono le operazioni da compiere con gli strumenti che abbiamo a disposizione cercando di collocarle nello spettro di condizioni più ampio possibile, dalla stanza di una casa silenziosa al luogo pubblico molto affollato. Le nostre interviste non si svolgeranno praticamente mai in un mondo acusticamente ideale per la registrazione della voce umana, quindi sorvolerò su alcuni aspetti, o li accennerò brevemente, riguardo alle condizioni perfette per una sua resa fedele. Esse necessitano di ambienti e mezzi tecnici che non ci competono. Non mi addentrerò nemmeno in ambito prettamente acustico o elettrotecnico, se non dove sia necessario a comprendere il perché dobbiamo agire in un certo modo durante una registrazione e comunque semplificando anche per chi non mastica per nulla l’argomento. Il mio obiettivo è proporre agli storici orali una guida agile per la produzione di fonti sonore di ottima qualità.

Oggi abbiamo a nostra disposizione moltissimi strumenti per produrre delle registrazioni audio. L’esempio più lampante sono i nostri telefoni cellulari, ma ci sono moltissimi altri dispositivi dedicati, quali gli handy recorder, i field recorder, i dittafoni digitali, etc. Tutti i prodotti sul mercato hanno delle caratteristiche differenti, da verificare di volta in volta, ma due elementi li accomunano: il microfono ed il registratore.

MICROFONO

Il microfono è la nostra interfaccia con il mondo acustico. Come funziona? Esistono vari tipi di funzionamento, tutti molto diversi tra loro. Alcuni microfoni sono composti di membrane che vibrano, altri da componenti che creano campi elettrici, altri ancora da materiali che sollecitati meccanicamente generano corrente, alcuni hanno bisogno di essere alimentati, altri no, e così via. Lo scopo di tutti i microfoni è però uno solo: trasformare le variazioni di pressione dell’aria (il suono) in un segnale elettrico. Questo sarà poi recepito dal nostro registratore (analogico o digitale) che provvederà ad immagazzinare le informazioni ricevute su un determinato supporto.

Come si comporta un microfono? L’ orecchio umano, se in buone condizioni, è in grado di sentire le frequenze da 20 Hz a 20.000 Hz circa. Questa finestra si restringe con la crescita e l’invecchiamento o a causa di traumi. Anche il microfono ha una sua finestra di frequenze percepibili che varia da modello a modello, e che di solito si colloca nella fascia dell’udibile ma può andare anche oltre. La voce umana solitamente si muove tra i 200 e i 3000 Hz.

Il microfono non ha molto a che vedere con il nostro udito. L’orecchio è selettivo: quando siamo all’interno di un qualsiasi ambiente sonoro il nostro cervello “filtra” i suoni che non ci sono necessari in un determinato momento (il ronzio di fondo delle macchine sulle strade, il canto degli uccelli, il brusio della folla, il riverbero all’interno di una stanza, il rumore dei nostri passi) mettendo in primo piano gli elementi che invece sono fondamentali per noi o sui quali poniamo l’attenzione (la voce della persona con cui stiamo parlando, la sirena di un’ambulanza che passa, qualcuno che chiama il nostro nome da lontano, etc), indipendentemente dal loro volume. Il microfono invece non ha questa dote e recepisce tutto. Il suo unico discrimine è l’ampiezza delle frequenze che può “ascoltare” e la potenza della pressione sonora che lo colpisce.

Che cosa riprende un microfono? Come nella ripresa video anche nella ripresa audio ci sono dei confini spaziali. Esistono due principali configurazioni di microfoni che potremmo incontrare facilmente sul mercato quando siamo alla ricerca di un registratore per condurre delle interviste: i cardiodi e gli omnidirezionali. Tralascio altre categorie che sono utilizzate in contesti diversi di ripresa audio.

I microfoni cardiodi hanno un diagramma polare (si chiama così il grafico che definisce i “confini” della sua capacità di ripresa) simile alla forma di un cuore, come si può vedere nella fig. 1.

fig. 1 diagramma polare di un microfono cardiode. L’immagine a destra è semplificativa: il microfono può avere forma diversa. Molti microfoni integrati nei registratori digitali sono cardiodi.

Le fonti sonore che stanno dietro al microfono non vengono riprese, mentre quelle che stanno ai lati vengono recepite ma con una minore sensibilità (perciò suoni meno forti e più distanti non saranno percepiti). Se utilizziamo un microfono cardiode, la fonte sonora deve essere posizionata il più possibile frontalmente perché il suo segnale sia ricevuto nel migliore dei modi e con la maggiore intensità.

Questo tipo di microfono può essere utilizzato in contesti rumorosi, come luoghi affollati o ambienti dove il rumore è molto elevato, e quando vogliamo escludere i suoni indesiderati e focalizzarci sulla voce dell’intervistato. Ovviamente la fonte sonora non deve essere in movimento o deve spostarsi il meno possibile dal focus del microfono.

Un microfono omnidirezionale invece, lo dice la parola stessa, ha una ripresa a 360 gradi, come illustrato dalla fig. 2.

fig. 2: un microfono omnidirezionale ed il suo diagramma polare. Anche qui l’immagine che rappresenta il classico microfono a gelato è semplificativa. Gli omnidirezionali possono avere le forme più svariate, come i cardiodi.

Un omnidirezionale ci permette di cogliere tutti i dettagli sonori dell’ambiente circostante. Nel caso il nostro registratore fosse fornito di questo tipo di microfono dovremo sincerarci di condurre l’intervista in un contesto poco rumoroso. Avremo più libertà di movimento e per quanto riguarda il suo posizionamento ma dovrà essere comunque abbastanza vicino alla fonte sonora, in maniera tale che essa sia in primo piano e gli altri suoni rimangano sullo sfondo.

IL REGISTRATORE

Il registratore ci permette di immagazzinare le informazioni acustiche che il microfono riceve. Prima di arrivare alla nostra “memoria”, che sia un nastro fisico o un file digitale, il suono segue un determinato percorso. Semplificando: il microfono trasforma l’evento acustico in segnale elettrico, che passa attraverso dei circuiti tra i quali un preamplificatore, come dice il nome, lo amplifica. Arriva quindi all’“archiviazione” vera e propria. Nella registrazione su nastro il segnale elettrico viene impresso tramite una testina magnetica su di una superficie ricoperta di materiali ferromagnetici. Nel caso invece dei registratori digitali, che saranno quelli che utilizzeremo, il segnale passa attraverso dei convertitori A/D (analogico/digitale) che lo traducono in valori numerici utilizzabili in linguaggio binario. Infine, il fenomeno acustico diventa un file archiviato nella memoria interna del nostro strumento.

Facciamo un passo indietro. Il suono passa attraverso dei circuiti elettrici, come il preamplificatore, che introducono un elemento importante, presente quando viene effettuata una qualsiasi registrazione, incluse le interviste dello storico orale: il rumore di fondo. Ogni circuito elettrico lo produce a causa del movimento degli elettroni al suo interno e di altri fattori. Quello che chiamiamo comunemente “fruscio” è in realtà la somma di tutte le frequenze udibili ed in termini tecnici si chiama “rumore bianco”. Se alziamo al massimo il volume del nostro registratore ne notiamo sicuramente la presenza.

Per produrre una buona registrazione il rapporto tra il segnale ricevuto dal microfono ed il rumore di fondo non deve mai essere 1/1. Il segnale che entra nel nostro microfono deve essere molto più forte del rumore di fondo. Tale conoscenza, apparentemente scontata, ha un’implicazione pragmatica non banale: quando noi “alziamo” il volume della registrazione sul nostro apparecchio in realtà stiamo amplificando, grazie al preamplificatore, tutto il segnale nel circuito. Di conseguenza aumenterà il rumore di fondo prodotto dal microfono e dal preamplificatore stesso. Se il volume della voce del nostro intervistato è troppo basso la soluzione è quindi avvicinare il microfono alla fonte sonora per mantenere un buon rapporto segnale/rumore di fondo. Anche la qualità del nostro registratore sancisce il livello di rumore di fondo dei suoi circuiti.

L’altro spettro in agguato da evitare assolutamente durante una registrazione è il clipping: quando il livello della pressione sonora sul microfono, o l’amplificazione del segnale elettrico, supera una certa soglia il nostro registratore non è più in grado di gestire correttamente quello che sta accadendo. In questo caso abbiamo un effetto di saturazione o di distorsione, che può rendere poco o per nulla intellegibile la nostra ripresa nel peggiore dei casi e nel migliore modificare sostanzialmente la qualità della voce e del suono che stiamo registrando. In entrambe le situazioni siamo di fronte ad un problema. Per evitarlo o quanto meno per contenerlo il più possibile è necessario fare un’operazione: il monitoraggio. Ne parlerò più approfonditamente in seguito.

I registratori possono essere monofonici nel caso utilizzino un solo microfono: producono perciò una traccia composta da un solo canale (o dallo stesso canale replicato sui due canali di una traccia stereo). Oppure abbiamo registratori stereofonici: utilizzano due microfoni, configurati in diverse maniere a seconda del modello, e producono una traccia con due canali differenti, corrispondenti a quello che ha captato ciascun microfono. In quasi tutti i moderni registratori portatili i microfoni sono integrati nel corpo macchina dell’apparecchio, ma ne esistono alcuni che permettono di utilizzare microfoni esterni.

Una questione importante è il formato in cui registriamo. Apro una brevissima parentesi sulla registrazione digitale. Il segnale elettrico prodotto dal microfono è un flusso continuo che possiamo rappresentare con un’onda. Per trasformare questo fenomeno in valori numerici il registratore scatta delle “fotografie” ai valori dell’onda in un determinato istante ad intervalli regolari. Il fenomeno elettrico senza soluzione di continuità diventa un fenomeno discreto, a gradini (fig. 3). Maggiore è la frequenza con la quale vengono scattate queste fotografie, più fedele sarà la rappresentazione digitale dell’onda. La frequenza di campionamento, termine tecnico, è un parametro importante per stabilire la qualità di una registrazione. Senza scendere ulteriormente nel dettaglio, la frequenza di campionamento minima consigliata è di 44.100 Hz, il che significa che per ogni secondo di registrazione il processore all’interno del nostro strumento farà 44.100 fotografie all’onda che riceve.

fig. 3: rappresentazione grafica di un’onda e della sua corrispettiva digitale. Come si può vedere, maggiore è il numero di campioni più fedele sarà la rappresentazione digitale discreta dell’onda continua.

Ogni formato audio ha la sua frequenza di campionamento ed alcuni registratori ci permettono di scegliere tra vari valori (minori o maggiori). Esistono moltissimi formati, ma le categorie che ci interessano sono solo due: compressi e non compressi. I formati non compressi (WAV e Flac ad esempio), per rimanere nella metafora fotografica, conservano tutti gli scatti, i campioni, al loro interno. Quindi occuperanno, a parità di durata, molto più spazio dei formati compressi. Questi ultimi (mp3, wma, aac sono i più comuni), semplificando, eliminano alcuni scatti per rendere meno pesante il nostro file, e si approssimano al file originario attraverso dei calcoli che riempiono i “buchi” di informazione lasciati da tale operazione di sfoltimento. Quando acquistiamo un registratore verifichiamo che esso ci permetta di registrare in formato non compresso (WAV o Flac) e ad almeno 44.100 Hz. Inoltre, quando andiamo a registrare un’intervista, sinceriamoci che il nostro apparecchio operi in uno di questi formati e con tale frequenza di campionamento (o superiore, ma non necessariamente).

Il registratore ha subìto nei decenni che ci precedono un’evoluzione radicale: dalla registrazione su nastro analogica a quella digitale. Ciò ha permesso di ridurre notevolmente i costi dei materiali (i nastri) ed i problemi legati al loro stoccaggio e alla loro conservazione. Le dimensioni dei registratori stessi si sono ridotte. Oggi il mercato dei registratori è comandato dal digitale. Molti di essi, anche in una fascia di prezzo medio-bassa, sono di buona qualità e più che sufficienti per produrre una ottima registrazione di intervista. Il continuo miglioramento del livello qualitativo degli strumenti che utilizziamo sul campo facilita di certo il compito ma non possiamo comunque esimerci dal rispettare il più possibile una serie di accorgimenti per garantirci dei risultati ottimali.

BUONE PRATICHE NELL’UTILIZZO DEL REGISTRATORE

Date queste informazioni tecniche minime passiamo all’atto della registrazione vero e proprio. Premetto che non sarà sempre possibile applicare tutte le azioni di seguito suggerite. In ogni situazione lo storico orale si trova ad affrontare diverse limitazioni per ragioni pragmatiche e contestuali. Voglio però dare il maggior numero di indicazioni possibili cosicché il bagaglio sia ampio e il ricercatore possa decidere quali sia opportuno utilizzare di volta in volta.

ASCOLTO DELL’AMBIENTE

La prima operazione da fare è ascoltare l’ambiente sonoro circostante. Dove ci troviamo? Siamo a casa dell’intervistato? Siamo in una stanza molto piccola o molto ampia? Ci sono attività in corso attorno a noi, qualcuno che lava i piatti o passa un’aspirapolvere? C’è una strada trafficata oltre la finestra? Oppure siamo in uno spazio pubblico? All’aperto o al chiuso? In un bar all’ora della colazione o in un parco con i bambini che giocano? Ogni luogo ha il suo soundscape, il paesaggio sonoro, equivalente uditivo del landscape, quello visivo.

Se la scelta del luogo è fondamentale al fine di mettere il nostro interlocutore nelle condizioni migliori per parlarci, allo stesso modo la comprensione dell’ambiente sonoro è imprescindibile per una resa ottimale della registrazione. Dobbiamo utilizzare i nostri strumenti a seconda del luogo in cui ci troviamo. Se siamo in un ambiente chiuso e privato, poco rumoroso, e magari in presenza del solo intervistato, qualsiasi tipo di microfono può andar bene: un omnidirezionale vicino al nostro interlocutore, anche con un certo margine di libertà nel posizionamento sarà altrettanto efficace che un cardiode direzionato verso l’origine sua voce (con un minor margine di libertà nel posizionamento in questo caso).

Se invece il luogo chiuso è rumoroso, come una sala conferenze con un gran riverbero, o affollato di gente che parla, è più efficace un microfono cardiode, che ci permette di escludere o attenuare i suoni che vengono dall’ambiente. In questo caso il microfono dovrà essere collocato abbastanza vicino all’intervistato, direzionato verso la fonte della sua voce, la sua bocca. Se disponiamo soltanto di un omnidirezionale è necessario tenerlo il più vicino possibile al nostro intervistato. In ogni caso dobbiamo fare attenzione a non mandare in clipping il segnale per l’eccessivo volume dell’ambiente e della voce del nostro interlocutore. Più ci avviciniamo ad esso più siamo a rischio di saturazione.

Negli ambienti aperti il discorso è analogo ma sono necessarie alcune accortezze ulteriori. Vale sempre la regola: maggiore è il rumore ambientale, maggiore la vicinanza del microfono all’intervistato; microfono cardiode più adatto in contesti rumorosi, omnidirezionale adatto in contesti più silenziosi o nei quali la fonte sonora sia in movimento. All’aperto però intervengono degli elementi ambientali che possono compromettere la nostra registrazione: primo tra tutti la presenza del vento e, nel caso ci stessimo muovendo, del nostro stesso corpo. Il vento produce una forte pressione sul microfono nella fascia sotto i 100 – 180 Hz, che può portare a clipping ed alla completa copertura di ogni altro evento acustico intercettato dal registratore.

Se invece ci troviamo in movimento il solo fatto di tenere in mano il registratore può causare spiacevoli effetti: il microfono integrato, a contatto con la superficie che stringiamo tra le dita, capterà la vibrazione dei movimenti della nostra mano, anche se si sposta impercettibilmente sulla sua superficie. Inoltre, il movimento causa ancora una volta l’effetto vento di poco sopra. Per questo non dobbiamo mai in nessun caso tenere in mano direttamente il registratore.

La soluzione per il primo problema è l’utilizzo di un filtro anti-vento: quando acquistiamo un registratore sinceriamoci di mettere anch’esso nel conto. Può essere una semplice capsula di schiuma di poliuretano da posizionare a copertura del microfono, oppure un deadcat, fatto di pelliccia sintetica (si può intuire la ragione di tale nome dalla fig. 4). Ogni microfono ha uno specifico modello in base alla sua forma. L’antivento può essere utilizzato sempre, pure al chiuso, perché previene l’assorbimento di alcune frequenze, come quelle prodotte dalla pronuncia delle sibilanti, ma in interno il suo uso non è strettamente necessario. In esterno è invece consigliatissimo, addirittura obbligatorio in molti casi.

fig. 4: un filtro antivento in spugna di poliuretano e un deadcat in pelliccia sintetica. La forma del filtro antivento cambia a seconda del modello di microfono e registratore a cui si applica.

La soluzione al secondo problema è l’utilizzo di un supporto per impugnare l’apparecchio ed il microfono senza toccare il corpo macchina (fig. 5), o, se siamo fermi, di un cavalletto, anche di dimensioni ridottissime (fig. 6). Non stringendo il registratore direttamente con le nostre mani evitiamo che le vibrazioni si trasmettano al microfono integrato. L’utilizzo del cavalletto ha la stessa funzione. Può evitare che vengano recepiti dei suoni indesiderati derivanti dal contatto con la superficie dove è collocato: se ad esempio abbiamo appoggiato il registratore su un tavolo soggetto a tutti gli urti dei nostri gomiti, delle mani, degli oggetti che vengono spostati sopra di esso, il cavalletto eviterà che essi si trasmettano al microfono come colpi.

fig. 5 e fig. 6: un supporto con attacco a vite universale per registratori; cavalletto (circa 10 cm di altezza) con attacco a vite universale.

IL POSIZIONAMENTO ED IL MONITORAGGIO

Prima di iniziare un’intervista dovremmo seguire una piccola sequenza di azioni. Accendiamo il registratore e controlliamo, se non lo abbiamo fatto preventivamente, che lavori nel formato ed alla frequenza di campionamento desiderati. Quindi posizioniamolo, se siamo fermi, nel luogo che occuperà durante l’intervista. Se siamo in movimento dovremo invece ricordarci di puntare sempre il microfono in direzione della fonte sonora, la voce che esce dalla bocca dell’interlocutore. In linea di massima seguiamo le indicazioni riportate nel paragrafo riguardante i microfoni.

Dopo aver posato lo strumento facciamo un test di monitoraggio: avviamo una registrazione, anche di pochi secondi, e parliamo al volume che usiamo normalmente durante una conversazione. Quindi fermiamo la registrazione. Molti apparecchi, se non tutti, presentano un ingresso per le cuffie. Riascoltiamo velocemente la registrazione e facciamo attenzione ad una serie di dettagli: il volume della voce è troppo alto e manda in clipping il segnale? Allontaniamo il microfono dalla fonte sonora. È invece troppo basso? Avviciniamo il microfono e direzioniamolo in maniera più adatta. Il rumore di fondo del registratore, il “fruscio”, è alto e ben distinguibile? Abbassiamo il volume dei preamplificatori del microfono.

Alcuni registratori presentano ulteriori sistemi di monitoraggio, variabili da modello a modello: su schermo, con un’indicazione visiva del volume in entrata; attraverso dei led colorati che si accendono in caso di clipping; alcuni permettono il monitoraggio diretto, per cui possiamo ascoltare quello che accade durante la registrazione stessa. Utilizziamo tutti questi sistemi per tenere sotto controllo la situazione acustica. Il monitoraggio ci permette di scoprire le criticità che invaliderebbero la fonte orale e di risolverle per tempo.

Concluso anche questo passaggio siamo pronti, sul piano tecnico, per cominciare l’intervista vera e propria.

CONCLUSIONI

Un elemento fondamentale che ancora non ho citato è l’esperienza: conoscere i propri strumenti significa utilizzarli sul campo e testarne i limiti e le potenzialità. Maggiore confidenza abbiamo con il nostro registratore migliore sarà il risultato che otterremo. Tale confidenza si ottiene solo attraverso l’esercizio nel tempo. Tutti i presupposti tecnici e le indicazioni pragmatiche che ho elencato qui sono delle linee guida basilari che se seguite possono agevolare la creazione di una buona registrazione, ma è altresì importante praticare molto per produrre fonti di ottima qualità.

NOTA

Altre informazioni sulle tecniche di registrazione sono disponibili nella sezione strumenti del sito di AISO, dove si possono trovare delle sintetiche schede sulla registrazione digitale, sulle attrezzature di base utilizzate per effettuare una ripresa audio e video, e su alcuni dei più comuni strumenti in commercio adatti allo scopo. In questo articolo troverete nello specifico alcuni approfondimenti sul tema della registrazione sul campo e sulle sue implicazioni tecniche.

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